TOM Coraghessan Boyle.

Il ragazzo selvaggio.

Titolo originale: WILD CHILD.
Traduzione dall'inglese di: ANDREA BUZZI.
2012 Giangiacomo Feltrinelli Editore. Milano
ISBN 978-88-07-0189.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Lo chiamavano il Nudo, l'Animal.
O semplicemente il Selvaggio.
Dopo aver incantato i lettori con Le donne,
la splendida biografia romanzata di Frank
Lloyd Wright, torna uno dei pi caustici
e brillanti scrittori americani contemporanei
con un breve romanzo sull'inestinguibile
tema del contrasto fra Natura e Civilt.
Una sera d'autunno nel 1797, alcuni
cacciatori catturano un ragazzo vagabondo,
nudo, sporco e irsuto, in una foresta
del Sud della Francia. Sono tutti commossi,
affascinati dalla scoperta di questo prodigio
che sembra essere sprovvisto di anima
e ragione come un animale.
Chi  quel ragazzo selvaggio, sfida concreta
al secolo dei Lumi? Trascinato da un
orfanotrofio a un salotto come un mostro
da fiera, sar presto abbandonato dai suoi
tutori alla sua incurabile natura selvaggia.
Solo il dottor Itard, dell'istituto dei
sordomuti di Parigi, s'intestardisce nel
credere che di questo animale sapr fare
un uomo, e per anni il ragazzo selvaggio,
ribattezzato Victor, subir l'apprendistato
della civilizzazione.
Un intenso romanzo dove T. Coraghessan Boyle rivisita
la storia di Victor dell'Aveyron,
gi resa nota dal celebre film di Truffaut.
T. Coraghessan Boyle firma una splendida favola
filosofica prendendo come soggetto la
vera storia del ragazzo selvaggio Victor
dell'Aveyron.
L'Express

L'AUTORE.
Tom Coraghessan Boyle, nato Thomas John Boyle, conosciuto come T. Coraghessan Boyle o T. Coraghessan Boyle, vive a Santa Barbara con la
moglie e i tre figli. Autore di ventidue libri tra romanzi e raccolte di racconti,  tradotto in tutto il mondo. Le sue storie sono apparse
su riviste prestigiose quali The New Yorker, Esquire, Playboy, The Paris Review, Granta e McSweeney's.
In Italia sono stati pubblicati America (1997), Se il fiume fosse whisky (2001), Amico della terra (2001), Doctor Sex (2004), Infanticidi
(2006), Identit rubate (2008) e Le donne (Feltrinelli 2010).
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L'autore desidera indicare The Wild Boy of Aveyron di Harlan Lane e The Forbtdden Experiment di Roger Shattuck quali fonti di alcuni dettagli contenuti ne Il ragazzo selvaggio.
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Capitolo 1.
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Durante la prima grande pioggia d'autunno,
quando le foglie giacevano ai piedi degli alberi come
banconote e i rami luccicavano neri contro un
cielo ormai piccolo, un gruppo di cacciatori del paese
di Lacaune, nella regione francese della Linguadoca, tornandosene intirizziti e bagnati e senza nulla
di tangibile in cambio delle loro fatiche, avvistarono
nel buio davanti a loro una figura umana. La
figura sembrava quella di un fanciullo, un bambino
completamente nudo, insensibile al freddo e alla
pioggia. Tutto preso da qualcosa (rompere ghiande
fra due pietre, come poi si scopr) in un primo
momento non li vide. Poi per uno del gruppo, Messier,
il fabbro del paese, mani e braccia che, facendo
il mestiere che faceva, sembravano quelle di un
pellerossa, mise il piede in una buca e perse l'equilibrio,
entrando nel campo visivo del bambino. Fu
quel movimento improvviso a spaventarlo. Se ne
stava l, accucciato sulla sua provvista di ghiande
sgusciate, e un attimo dopo era sparito, dileguandosi
nel sottobosco, guardingo e reattivo come un
ermellino o una donnola. Nessuno ne era veramente
sicuro (l'incontro era stato brevissimo, questione di
secondi), ma tutti dichiararono che la figura era fuggita
via a quattro zampe.
Una settimana dopo, il fanciullo venne avvistato
nuovamente, questa volta sul confine dei campi
di un contadino, mentre scavava nel terreno per tirar
fuori le patate, che ingoiava cos com'erano, senza
cuocerle o anche solo sciacquarle. Il primo istinto
del contadino fu di scacciarlo, ma si trattenne,
aveva sentito parlare di un bambino selvaggio, un
bambino della foresta, un enfant sauvage, e cos si
avvicin di soppiatto per osservare meglio il fenomeno
che aveva davanti. Vide che il bambino era
ancora piccolo, otto o nove anni, al massimo, e che
scavava nella terra umida servendosi solo delle nude
mani dalle unghie rotte, come un cane. All'apparenza,
il bambino sembrava perfettamente normale,
muoveva braccia, gambe e mani senza problemi,
ma era di una magrezza allarmante e aveva
movimenti rapidi e scoordinati; a un certo punto,
quando il contadino era ormai a una ventina di metri
da lui, il bambino sollev la testa e i loro occhi
si incontrarono. Il volto del bambino si vedeva a
stento a causa del groviglio di capelli incolti che gli
nascondeva i lineamenti. Tutto era immobile, le pecore
sulla collina, le nuvole nel cielo. La campagna
era immersa in un silenzio soprannaturale, gli uccelli
sulle siepi trattenevano il fiato, il vento era calato,
persino gli insetti nel prato erano ammutoliti.
Quello sguardo (gli occhi fissi, neri come caff appena
versato, le labbra tirate sui canini ingialliti) era
lo sguardo di qualcosa che apparteneva allo Spiritus
Mundi, qualcosa di distorto, alieno, esecrabile.
Il contadino fu il primo ad abbassarlo.
Fu cos che ebbe inizio la leggenda, che lievit,
ferment, ribollendo nei calderoni dell'intero distretto
per tutto l'autunno del 1797, quinto anno
della nuova Repubblica francese, e poi per tutto
l'anno successivo. Il Terrore era finito, il re era morto,
la vita, soprattutto nelle province, tornava alla
normalit. Le persone avevano bisogno di aggrapparsi
a un mistero, di credere all'arcano e al miracoloso,
e qualcuno fra loro, cercatori di funghi e di
tartufi, cacciatori di scoiattoli, contadini curvi sotto
il peso delle fascine o di cesti di rape e cipolle,
continu a tener d'occhio i boschi, ma fu solo la primavera
successiva che il bambino venne avvistato
di nuovo, stavolta da una squadra di tre taglialegna,
guidati da Messier, il fabbro, che stavolta gli dettero
la caccia. Davano la caccia al bambino senza pensarci,
senza motivo, lo inseguivano perch fuggiva
da loro, come avrebbero fatto con qualsiasi altra cosa,
un gatto, un cervo, un cinghiale. Alla fine lo costrinsero
su un albero, da dove lui soffiava e scuoteva
i rami, scagliando quello che trovava. Ogni volta
che uno di loro provava ad arrampicarsi sui rami
e afferrare un piede calloso del bambino riceveva
pugni e morsi, finch non decisero di stanarlocon il fuoco. Prepararono un fal ai piedi dell'albero,
e intanto il bambino, dal fondo misterioso
dei suoi occhi, osservava quei tre bipedi, quegli
animali irsuti e violenti dalle strane abitudini, che
continuavano a berciare. Immaginiamocelo l, rannicchiato
sui rami pi alti, la pelle talmente coperta
di segni e graffi da sembrare un pezzo di cuoio
tinto alla bell'e meglio, sulla gola una cicatrice, uno
sfregio sbiadito visibile anche da terra, i piedi penzoloni,
le braccia abbandonate, mentre il fumo saliva
verso di lui.
Immaginiamocelo, perch lui non era in grado
di immaginare se stesso. La sua comprensione si fermava
all'immediato, sentiva solo quello che i sensi
gli trasmettevano. Quando aveva cinque anni, piccolo
e denutrito, cocciuto tredicesimo figlio di una
cocciuta famiglia contadina, tardo di comprendonio
e ancora a uno stadio preverbale, era stato portato
nella foresta di La Bassine da una donna che
conosceva o riconosceva a malapena, la seconda
moglie del padre, la quale non aveva avuto la forza
di fare ci che doveva, e quando lo prese per i capelli
e gli tir indietro la testa scoprendo la pelle tesa
della gola, chiuse gli occhi e il coltello da cucina
manc il colpo. Ma non del tutto. Il sangue sgorg
fumante sulle foglie e l il bambino rimase, rattrappito
guscio d'ossa, mentre la notte calava e la donna
si allontanava fra gli alberi.
Di tutto ci lui non aveva alcun ricordo, nessun
ricordo del suo girovagare e rovistare fino a lacerarsi
la camiciola e le rozze brache, ormai solo trama e fili:
neanche un pallido ricordo. Per lui, c'era solo l'attimo,
l'attimo in cui riusciva a catturare qualcosa per
placare la fame, esseri privi di nome e di qualsivoglia
caratteristica se non quella di voler fuggire da
lui, rane, salamandre, topi, scoiattoli, uccellini implumi,
le uova e il loro contenuto dolce e aspro. Trovava
bacche, funghi, mangiava cose che gli facevano
male e allo stesso tempo affinavano il suo senso
del gusto e dell'olfatto insegnandogli a distinguere
ci che era commestibile da ci che non lo era. Si
sentiva solo? Era impaurito? Superstizioso? Nessuno
pu dirlo. E non avrebbe potuto dirlo neanche
lui, non essendo dotato di linguaggio, di idee, non
avendo modo di capire che era vivo, dove viveva o
perch. Era selvatico, un atavismo vivo, palpitante,
e la sua vita non era diversa da quella di qualsiasi altra
creatura della foresta.
Il fumo gli bruciava gli occhi, gli impediva di respirare.
Sotto di lui il fuoco divampava e saliva, oscurando
tutto. Quando cadde, lo catturarono.


Capitolo 2.

Il fuoco lo conosceva dai resti dei roghi che i
contadini facevano con gli sterpi dell'anno prima
e le stoppie dei campi, e a furia di tentativi aveva
imparato che nella cenere le patate diventavano un
cibo saporito e profumato, ma il fumo del fal acceso
dai taglialegna lo soffoc, l'aria attorno ne era
impregnata e lui precipit in un altro stato. Messier
lo tir su, gli leg mani e piedi e i tre uomini
lo portarono al paese di Lacaune. Era pomeriggio
inoltrato e gi la sera avvolgeva i tronchi degli alberi
e solidificava le foglie dei cespugli come se fossero
ricoperte di catrame. I tre erano impazienti di
arrivare a casa, scaldarsi davanti al focolare (per essere
aprile faceva freddo e il cielo sputava gi pioggia),
ma avevano con s quel fenomeno, quel prodigio
della natura, e lo stupore di ci che avevano
fatto li sorreggeva. Non avevano ancora raggiunto
le prime case, il bambino riverso sulle spalle di Messier
in stato comatoso, che tutto il paese era gi al
corrente del loro arrivo. Pre Fasquelle, l'uomo pi
vecchio di Lacaune, i cui ricordi risalivano fino al
defunto padre del padre del re, usc in strada, la
bocca aperta, mentre dai cortili e dalle porte sbucava
correndo uno sciame di ragazzini, e i genitori,
deposte le zappe, i mestoli e i ramaioli si univano
a loro.
Il fanciullo venne portato alla taverna (e dove
altrimenti, escludendo la chiesa, cosa che, almeno
per il momento, non avrebbe avuto senso) e a quel
punto sembr rinvenire, proprio mentre Messier
sulla porta lo passava a DeFarge, il padrone della
taverna. Il fabbro teneva saldamente il bambino
per le gambe, sorreggendolo sotto le reni, e DeFarge
lo afferr per le spalle e la testa con le sue
morbide mani bianche da oste. Dietro di loro, i due
compagni di Messier e la folla crescente dei paesani,
ragazzini che strillavano, uomini e donne che
si spintonavano per vedere meglio, tutti con gli occhi
puntati sulla porta aperta, cos che un forestiero
arrivando sulla scena avrebbe pensato che il sindaco
avesse indetto una giornata di festa con bevande
gratis per tutti. Ci fu un momento di sospensione
temporale, la calca che premeva, il bambino
mezzo dentro e mezzo fuori dall'edificio, mondo
selvaggio e mondo civilizzato in equilibrio. In
quel momento il bambino spalanc gli occhi e con
un movimento inconsulto alz la testa e si butt in
avanti affondando i denti nella pappagorgia di DeFarge.
Panico immediato. DeFarge cacci un grido e
Messier rafforz la presa mentre l'oste per il dolore
e lo spavento mollava la sua e il bambino crollava
al suolo, lacerando la carne dell'oste, e chi assistette
alla scena disse che sembrava una tartaruga
di palude, tirata fuori dal fango, che girando la testa
bluastra di scatto avesse colpito alla cieca. Sgorg
il sangue, immediato, paralizzante, sbocciando come
un fiore in pochi secondi sulla barba dell'oste.
Chi si trovava gi nella stanza fece un balzo indietro,
mentre la calca sulla porta arretrava precipitosamente
e sulla soglia il bambino (e Messier, caduto
insieme a lui) si dimenava e si divincolava. Ci furono
grida e urla e due o tre delle donne si abbandonarono
a sonori versi di spavento che sembravano
strappare il cuore della gente: c'era quella creatura
selvaggia in mezzo a loro, una bestia o un demonio,
ed era l ai loro piedi, una forma che si contorceva
nell'ombra dell'ingresso, il grugno insanguinato.
Sorpreso, anche Messier lasci la presa e
balz in piedi, lo sguardo corrucciato come se a essere
aggredito fosse stato lui.
Dagli una coltellata sibil qualcuno. Uccidilo!
Poi per videro che era soltanto un bambino,
alto nemmeno un metro e quaranta per una trentina
di chili di pelle e ossa; due uomini gli coprirono
la faccia con un panno in modo che non potesse pi
mordere, bloccandolo a terra con il loro peso fino
a quando non smise di divincolarsi e le mani con i
loro artigli, che si erano liberate dai nodi, non furono
nuovamente legate. Non c' niente da temere
disse Messier.  un piccolo essere umano, tutto
qua.  Portarono via DeFarge, che imprecava, per
medicarlo; nessuno, per il momento, aveva pensato
che potesse avere la rabbia, e tutti fecero capannello,
toccando circospetti il bambino legato come
un salame, l'enfant sauvage strappato alla protezione
della foresta. Videro che aveva la pelle ruvida e
scura come quella di un arabo, che i piedi erano coperti
da calli spessi e duri e i denti gialli come quelli
di una capra. I capelli unti, che gli ricadevano sulla
faccia e sugli angoli sfilacciati dello straccio cacciato
in bocca, riparavano gli astanti dallo sguardo
truce dei suoi occhi fissi. Nessuno pens a coprirgli
i genitali, i genitali di un bambino, due nocciole
e un rametto.
La notte avanzava e nessuno si decideva ad abbandonare
la stanza; quelli in soprannumero si aggiravano
attorno alla porta aperta, mettendosi in fila
per una seconda o una terza occhiata, l'alcol scorreva
a fiumi, l'oscurit era impregnata di un tardivo
freddo invernale, la moglie di DeFarge buttava
legna nel fuoco e tutti, uomini, donne e bambini
pensavano di aver visto il prodigio, un segno ancora
pi terrificante e portentoso del vitello a due teste
nato l'anno prima ai Mansard o della vipera che
aveva messo al mondo cento viperini uguali a lei.
Lo toccavano cautamente, gli davano colpetti con
la punta dei sabot o degli scarponi, qualcuno fra i
pi curiosi si sporgeva in avanti per sentirne l'odore,
e tutti dichiararono che era odore di selvatico,
di bestia nella tana. A un certo punto arriv il prete
a benedirlo, e sebbene i selvaggi indiani d'America
fossero stati accolti nel gregge del Signore e cos
pure gli indigeni dell'Africa e dell'Asia, il prete
ebbe un ripensamento. Che c', Padre? chiese
qualcuno. Non  un essere umano?
Ma il prete, un uomo giovanissimo con un volto
angelico e appena un accenno di barba, si limit
a scrollare la testa e usc dalla porta.
Pi tardi, quando la gente si era stancata dello
spettacolo, le palpebre cominciavano ad abbassarsi
e le teste cedevano alla forza di gravit, Messier,
il pi loquace e determinato del gruppo, insistette
perch quella notte il prodigio venisse rinchiuso
nella stanzetta sul retro della taverna in modo che
al mattino la notizia della sua cattura potesse essere
diramata in tutta la provincia. Gli tolsero il bavaglio
per consentirgli di mangiare e bere, e diverse
persone, fra le quali alcune donne, cercarono di
convincerlo ad assaggiare una cosa o l'altra, un tozzo
di pane, un pezzetto di coniglio in salmi, vino,
brodo, ma lui si contorceva, sputava e non voleva
accettare niente. Qualcuno avanz l'ipotesi che fosse
stato allevato dai lupi, come Romolo e Remo, e
si nutrisse solamente di latte di lupa, e cos gli dettero
qualche goccia di ci che avevano di pi simile,
il latte di una delle cagne del villaggio che aveva
appena partorito, ma anche quello venne rifiutato.
Come pure avanzi, uova, burro, boudin e formaggio.
Dopo un po', e dopo che molti dei cittadini
presenti ebbero provato pazientemente a sventolargli
davanti, a quell'essere legato che si divincolava,
questo e quello, si arresero e se ne andarono
a casa nel proprio letto, eccitati e gratificati, ma
stanchi, molto stanchi, e pieni di alcol.
Poi il silenzio. Poi il buio. Traumatizzato, intorpidito,
il bambino giaceva in uno stato fra il sonno
e la veglia. Tremava, non per il freddo visto che era
abituato alle intemperie, anche d'inverno nelle giornate
pi rigide, ma per la paura. Non sentiva pi
braccia e gambe, le corde cos strette che facevano
da laccio bloccandogli la circolazione, ed era terrorizzato
dalla stranezza del luogo in cui era prigioniero,
uno spazio racchiuso da sei lati dove in alto
non c'era traccia di stelle e non si sentiva il profumo
del pino o del ginepro o dell'acqua che scorreva.
Animali, pi grossi e pi forti di lui, lo avevano
catturato per divertimento, come una preda, e in lui
non c'erano aspettative ma solo paura perch non
aveva una parola per definire la morte n la possibilit
di concepirla. Lui catturava creature, creature
velci e spaventate, le uccideva e le mangiava, ma
quello accadeva in un altro posto e in un altro momento.
Pu darsi che facesse il collegamento, o forse
no. Ma a un certo punto, quando sorse la luna e
una sottile lama di luce si infil fra due pietre del
muro di fronte, cominci ad agitarsi.
Non aveva cognizione del tempo. A furia di dimenarsi,
oscillare, spingersi con le dita dei piedi e
grattare con le unghie, cambi posizione e poi ancora
fino a che le corde cominciarono a cedere.
Quando le ebbe allentate le ruppe come fossero fibre
vegetali, i rampicanti, i viticci e i rami che si attorcigliavano
ai polsi e alle caviglie quando si muoveva
nella foresta, e un momento dopo si aggirava
per la stanza. C'erano due porte, ma lui non sapeva
che cosa fosse una porta e il terrore che lo paralizzava
gli aveva impedito di scoprirne la funzione
quando l'avevano portato l dentro buttandolo sulla
paglia sparsa sul pavimento di terra battuta. Ciononostante
le tast, sent sotto le mani il legno, diverso
dalla pietra, e vi si scagli contro con tutto il
suo peso. Niente. Le porte, una quella della taverna,
l'altra quella del cortile, erano chiuse col chiavistello,
ma in ogni caso lui non sarebbe stato capace
di scoprire il segreto dei cardini o il loro funzionamento.
Sopra di lui per c'era il tetto di canne
poggiate su una struttura di nudi pali allineati
uno accanto all'altro come dita dei piedi. Ci arriv
con un solo balzo, e vi si appese come un insetto
sovradimensionato, poi fu facile separare due pali
e aprire un varco verso il profumo della notte.

Capitolo 3.

Per due anni e passa sfugg alla cattura, aggirandosi
ai margini dei pensieri della gente come un
cauchemar, e quando il mistral soffiava radente sui
tetti e ululava nei camini, dicevano che era lui che
agitava gli spiriti della foresta. Se spariva una gallina
davano la colpa all'enfant, nonostante nessuno
l'avesse mai visto consumare carne o potesse dire
che sapeva cos'era; se pioveva troppo o troppo poco
o se il grano era infestato dalle ruggini o le viti
dagli afidi, le persone si segnavano e maledicevano
il suo nome. Non era un bambino. Era uno spirito,
un demone reietto come gli angeli ribelli, muto, allucinato
e folle. I contadini raccontavano di averlo
visto fare capriole nei prati illuminati dalla luna,
nuotare come un ratto nei fiumi, crogiolarsi al sole
d'estate e correre tra le chiazze di neve che ricoprivano
le colline d'inverno, incurante del freddo.
Lo chiamavano il Nudo. L'Animal. O semplicemente
il Selvaggio.
Intanto, lui frugava, scavava e seguiva il suo fiuto.
Essenzialmente, doveva solo sfamarsi e se razziava
i campi come una qualsiasi altra creatura della
foresta, correva i loro stessi rischi, finire in una
trappola o farsi sparare addosso o bloccarsi spaventato
dall'improvviso agitarsi di stracci di uno
spaventapasseri. Comunque sia, la sua dieta non era
certo adeguata, come si pu immaginare, essendo
costituita quasi interamente da vegetali, e in inverno
pativa come gli uccelli. Per sopravviveva. E cresceva.
Bazzicando fra le aie, le concimaie e i fienili,
si fece pi audace, pi rapido, pi forte e i contadini
cominciarono ad aizzargli contro i cani, ma lui era
pi furbo di qualsiasi cane e troppo scaltro per mettersi
nei guai. Aveva forse capito che la gente era la
sua trib, cos come istintivamente un orso si unisce
agli altri orsi invece che alle volpi, ai lupi o alle
capre? Sapeva di appartenere al genere umano? Doveva
saperlo. Non conosceva le parole per formulare
la frase, n aveva modo di pensare al di l del momento
presente, ma crescendo divenne sempre meno
una creatura della foresta e sempre pi dei pascoli,
degli orti, del limitare indistinto dove gli alberi
e il maquis lasciavano il posto alle coltivazioni.
Poi arriv l'inverno del 1799, che fu particolarmente
rigido. A quell'epoca, diffidando della foresta
di La Bassine e sempre vagando alla ricerca di
nuove fungaie, uva selvatica o bacche e delle larve
che estraeva dai tronchi marcescenti degli alberi, si
era spostato verso la cima dei monti, dall'altra parte
della piana fra Lacaune e Roqueczire, per poi
ridiscendere nuovamente lungo il letto del
Lavergne fino ad arrivare nei pressi del villaggio di
Saint-Sernin. Erano i primi di gennaio, subito dopo
Capodanno, e il freddo stringeva ogni cosa nella
sua morsa. Quando scese la notte, si fece una tana
con i rami di pino, e dorm un sonno interrotto
dai brividi e dalla fame che gli artigliava lo stomaco.
Alle prime luci del giorno si alz e prese ad aggirarsi
qua e l fra le zolle di qualche campo spoglio
in cerca di qualsiasi cosa da mettere sotto i denti,
tuberi, cipolle, stoppie e rimasugli di raccolti ormai
vecchi, quando il suo sguardo fu attratto da
qualcosa che si muoveva leggero nell'aria: del fumo,
che si alzava sopra gli alberi dall'altra parte del
campo. Era accovacciato a quattro zampe a scavare.
Il terreno era bagnato. Un corvo lo irrideva dagli
alberi. Senza pensarci, senza sapere quello che
stava facendo e perch, si alz e trotterell verso il
fumo e la casetta da cui proveniva.
L viveva il tintore del villaggio, Franois Vidal,
che era appena uscito dal letto e stava accendendo
il fuoco per scaldare l'ambiente e prepararsi del porridge
per colazione. Non aveva figli, era vedovo e
viveva solo. Appese a seccare alle travi dell'unica
stanza le erbe, i fiori e le piante di palude che impiegava
per le sue preparazioni; era l'unico in tutta
la regione capace di produrre un bon teint di porpora
in lana d'agnello, utilizzando una sua tintura
e un suo mordente, ed era per forza di cose estremamente
riservato. I suoi concorrenti volevano carpirgli
i segreti? Certo che lo volevano. Lo spiavano?
Non poteva affermarlo con certezza, ma ne sarebbero
stati capacissimi. Comunque, usc in cortile
verso il rozzo capanno in cui teneva la vacca,
per darle da mangiare e mungerla, con l'idea di usare
la panna per il suo porridge. Fu allora che vide
qualcosa, l'ombra scura di un animale, muoversi in
posizione eretta contro la terra bruna e lo sfondo
degli alberi spogli.
Non era prevenuto. Non erano arrivate fino a
lui le voci da Lacaune o dal villaggio vicino. E quando
i suoi occhi misero a fuoco l'immagine e il cervello
la registr, vide che non si trattava di un animale,
ma di un bambino, un fanciullo, sporco, nudo
ed esposto alle intemperie e bisognoso. Tese la
mano.
Quindi segu una prova di volont. Visto che il
fanciullo non reagiva, Vidal gli mostr le mani, a
palmo in su, per far vedere che era disarmato, parlandogli
con voce bassa e suadente, ma il fanciullo
sembrava non comprendere o non sentire. Da piccolo,
Vidal aveva una sorellastra sorda, e in famiglia
avevano elaborato un loro sistema di segni per
comunicare con lei, che il resto del villaggio bollava
come un mostro; in piedi al freddo, guardando
il bambino nudo, quei segni cominciarono a tornargli
alla mente. Se come sembrava il fanciullo era
sordomuto, magari ai segni avrebbe risposto. Le
mani del tintore, che mostravano le macchie del suo
lavoro, si mossero in rapidi gesti eleganti, ma senza
nessun risultato. Il fanciullo rimase impalato, gli
occhi che passavano dal volto del tintore alla casa,
la baracca, il fumo che si appiattiva e saliva nel cielo.
Alla fine, temendo di farlo fuggire, Vidal indietreggi
lentamente verso la casa, indicando la porta
con un gesto accogliente, poi vi entr lasciando
la porta spalancata a mo' di invito.
Finalmente, mentre il tintore era chino sul focolare
e la vacca (Rousa) che non era stata munta,
muggiva con un verso che pareva un segnale intermittente
e lontano di un evento meteorologico sui
colli, il fanciullo si avvicin alla porta aperta e Vidal
riusc a vederlo bene. Di chi era quel bambino,
si chiese, che se ne andava in giro cos come un animale,
la sporcizia dei boschi incrostata in ogni poro
della pelle, i capelli un groviglio di ramoscelli,
lappole e foglie secche, le ginocchia e le piante dei
piedi ricoperte di calli? Chi era? Era stato abbandonato?
Poi vide la cicatrice sulla gola del bambino
e cap. Gli indic il fuoco, la pentola annerita e
il porridge di grano che vi si rapprendeva dentro,
e intanto pensava alla sorella morta.
Circospetto, un passo esitante dopo l'altro, il
bambino si avvicin al fuoco. E con altrettanta circospezione,
temendo che un movimento improvviso
lo facesse fuggire dalla porta e tornare fuori nei
campi, Vidal aggiunse legna nel camino finch le
fiamme si levarono alte e dovette togliere la pentola,
che mise a raffreddare sulla piastra davanti. La
porta era sempre aperta. La vacca muggiva. Esprimendosi
a gesti, il tintore offr al ragazzo una ciotola
di porridge, profumato e fumante, pensando,
una volta conquistata la sua fiducia, di andare a
prendere il latte e chiudere la porta. Ma il fanciullonon dimostrava alcun interesse per il cibo. Si
muoveva in continuazione, oscillando avanti e indietro
sui talloni, gli occhi fissi sul fuoco. A Vidal
venne in mente che forse non sapeva cosa fosse il
porridge, non conosceva ciotole e cucchiai n la loro
funzione. Cos gli fece dei gesti, mimando l'atto
di mangiare come un genitore con un beb, portandosi
il cucchiaio alla bocca e assaggiando il porridge,
masticando ostentatamente e deglutendo e
addirittura passandosi una mano sulla pancia con
un sorriso soddisfatto.
Il fanciullo rimase immobile. Se ne stava l, a
dondolarsi, affascinato dal fuoco, e cos sarebbero
rimasti per tutto il giorno se improvvisamente il vecchio
non avesse avuto un'ispirazione. Magari c'erano
cibi pi semplici e meno elaborati, pens, cibi
della foresta e dei campi, che il bambino avrebbe
accettato senza timori, bacche e cose simili. Si
guard attorno: non aveva bacche. Non era la stagione.
In un cesto addossato alla parete di fondo
c'era per qualche patata che aveva portato su dalla
cantina pensando di friggerle nel lardo per cena.
Con molta cautela, muovendo il corpo e le mani in
modo da non allarmarlo, si alz in piedi e lentamente,
cos lentamente da sembrare lui stesso un
bambino che giocava alle belle statuine, attravers
la stanza verso il cesto. Sollev il coperchio di vimini,
e continuando la sua pantomima, alz il cesto
mostrandone il contenuto.
Era quello che ci voleva. Il bambino si avvicin
immediatamente, a pochi centimetri di distanza,
emanando un odore di selvatico, come di muschio,
e rovist con le mani sul fondo del cesto fino a raccogliere
fra le braccia tutte le patate, una dozzina o
forse pi, che poi butt tra le fiamme tutte insieme.
Il volto era animato, gli occhi vivaci. Dalle labbra
gli sfuggivano brevi gridolini soffocati, incomprensibili.
Nel giro di pochi secondi, il tempo che Vidal
ci mise per andare alla porta e chiuderla, il fanciulloaveva allungato una mano fra le braci per prendere
una delle patate ancora crude, scottandosi le
dita. Inizi ad addentarla all'istante, come se non
avesse idea di cosa fosse la cottura. Appena ebbe
finito, si sporse e ne prese un'altra e poi un'altra ancora,
ripetendo la stessa sequenza di gesti, solo che
ora le patate erano annerite fuori ma dure all'interno
e le sue dita visibilmente ustionate.
Sgomento, Vidal prov a insegnargli a usare le
molle, ma il fanciullo lo ignor, anzi, peggio, il suo
sguardo lo trapassava come se neanche esistesse. Il
tintore gli offr formaggio, pane, vino, ma lui non mostrava
il minimo interesse, e solo quando gli venne
in mente di versargli una ciotola d'acqua dalla caraffa
che si trovava sul tavolo il bambino reag. In un
primo momento cerc di lappare l'acqua direttamente
dalla ciotola, ma poi cap, se la port alle labbra
e la scol fino all'ultima goccia; ne voleva ancora
e Vidal, affascinato n pi n meno che se una volpe
si fosse alzata su due zampe e fosse andata a sedersi
al tavolo con lui, continu a versargliene finch non
ne ebbe abbastanza. Dopo di che, nudo e sudicio, il
ragazzo raccolse gambe e braccia al petto e cadde in
un sonno profondo sulle pietre vicino al camino.
Per un bel pezzo, il tintore rimase semplicemente
seduto l, a contemplare quell'apparizione
piombata nella sua vita. Di tanto in tanto si alzava
ad alimentare il fuoco o per accendere la pipa, ma
non mise mano a nessun lavoro, quel giorno. Pensava
alla sorellastra, Marie-Threse, una bambina minuscola
con un volto incredibilmente espressivo;
riusciva a dire pi lei con il volto di quello che molte
persone sanno fare con la lingua. Era nata dal primo
matrimonio del padre con una donna che, dopo
il parto di quell'unica figlia imperfetta, era morta
di febbre puerperale e la madre di Vidal non l'aveva
mai accettata. Era sempre l'ultima a ricevere
il cibo e la prima a beccarsi uno schiaffo o uno scappellotto
quando c'era qualcosa che non andava, e
cos cominci ad allontanarsi per conto suo, senza
gli altri fratelli, finch una sera non torn a casa.
Lui aveva otto o nove anni, quindi lei doveva averne
pi o meno dodici. Trovarono il suo corpo in
fondo a un burrone. La gente diceva che doveva essersi
smarrita nel buio ed essere caduta, ma lui gi
allora, da bambino, non ci credette.
In quel momento Rousa mugg e lui sobbalz.
Ma dove aveva la testa per lasciarla con le mammelle
che scoppiavano? Si alz alla svelta, si infil
la giacca e and da lei. Quando torn, il bambino
era addossato contro la parete opposta, accovacciato
e impaurito, e lo guardava come se non si fossero
mai visti. Era tutto sottosopra, il tavolo rovesciato,
i candelieri per terra, le piante, che aveva raccolto
e messo accuratamente da parte, strappate
dalle travi dove le aveva appese e sparpagliate qua
e l. Cerc di calmare il fanciullo, parlandogli con
le mani, ma non ci fu verso, a ogni suo movimento
ne corrispondeva uno del bambino che, la schiena
schiacciata contro il muro, manteneva la distanza
fra loro, bilanciandosi sui piedi, pronto a lanciarsi
verso la porta se solo avesse saputo che cos'era una
porta. E le mascelle, le mascelle sembrava che stessero
masticando qualcosa. Che cos'era? Cos' che
stava mangiando, un'altra patata? In quel momento
il tintore vide la coda nuda di quella cosa che
pendeva come un filo di bava dall'angolo della bocca
del fanciullo, e i denti gialli che spolpavano quella
pallotta di pelo grigiastro.
Se fino a quel momento aveva provato compassione,
vicinanza e piet, adesso il tintore provava
solo disgusto. Era un vecchio, cinquantaquattro anni
che era al mondo, e Marie-Threse era morta da
quasi mezzo secolo. Quelli non erano affari suoi.
Neanche un po'. Guardingo, circospetto, tutti i sensi
all'erta come se si trovasse chiuso in gabbia con
una belva famelica, indietreggi verso la porta, sgattaiol
fuori e se la chiuse alle spalle.
Pi tardi nel pomeriggio, mentre una pioggia
fredda si abbatteva sulle strade di Saint-Sernin scrosciando
sui campi, il bambino selvaggio venne consegnato
alla scienza, e tramite la scienza alla celebrit.
Dopo aver fatto rotolare uno dei grossi calderoni
di ferro che usava per le tinture contro la
porta in modo da bloccarla, Vidal era andato dritto
da Jean-Jacques Constans-Saint-Estve, il commissario
di governo di Saint-Sernin, per fare la denuncia
e affidargli la responsabilit della creatura
rinchiusa a casa sua. Al commissario, un uomo che
viaggiava in lungo e in largo per il distretto, erano
giunte voci provenienti da Lacaune e dintorni ed
era ansioso di vedere il fenomeno con i suoi occhi.
Ecco l'occasione, pensava (ammesso che quella
creatura non fosse solo una frottola per bambini o
una scimmia africana fuggita da qualche serraglio
privato) di mettere alla prova la teoria del Buon Selvaggio
di Rousseau. Quali idee innate aveva? Conosceva
Dio e la Creazione? Qual era la sua lingua,
la Ursprache che aveva dato vita a tutte le lingue del
mondo, la lingua che tutti gli uomini avevano portato
con s dall'Eden? O erano i versi degli uccelli
e degli animali? Non stava pi nella pelle. Il cielo
si andava facendo scuro e non aveva cenato, ma cos'era
la cena in confronto a ci che significava quell'opportunit?
Prese Vidal per un braccio. Portami
da lui gli disse.
Quando il commissario, conclusa l'udienza con
Vidal, corse fuori con lui sotto la pioggia per guardare
quel prodigio con i suoi occhi, rimase sorpreso
nel vedere la gente per strada, tutti diretti dove
stava andando lui.  vero, cittadino commissario? 
chiedevano le persone. Hanno catturato il bambino
selvaggio?
Ho sentito, disse qualcun altro, e ormai era
una folla, uomini, donne e bambini che arrancavano
sotto la pioggia verso la casa di Vidal, che ha
sei dita per mano...
E per piede gli fece eco un altro. E che ha gli
artigli come un gatto per arrampicarsi sui muri.
 in grado di fare salti di cinquanta metri.
Sangue, si ciba di sangue che succhia dalle pecore
a mezzanotte.
Sciocchezze, sciocchezze, disse una delle donne
del villaggio, Catherine Thibodeaux, sbucata alle
sue spalle, il capo coperto per il temporale, 
soltanto un bambino abbandonato. Dov' il curato?
Andate a chiamare il curato.
Quando furono in prossimit del cortile, il commissario
si volt furioso verso di loro e li zitt (State
indietro,  sibil, lo spaventerete  ), ma la folla era
ormai in preda a un'euforia di paura e curiosit e
avanzava come un gregge diretto al pascolo. Tutti si
accalcarono attorno alla porta, premendo la faccia
contro i vetri delle finestre, e se non fosse stato per
il calderone si sarebbero precipitati dentro la stanza
senza pensarci due volte. Esitavano, le voci si abbassarono
in un bisbiglio, mentre Vidal e il commissario
spostavano il calderone di lato ed entravano,
chiudendo bene la porta dietro di loro. Il ragazzo
era l, accovacciato davanti al fuoco, esattamente
come l'aveva lasciato Vidal, a parte che al momento
apparentemente non stava masticando nulla. Grazie
al cielo. La cosa strana per era che non alz lo sguardo,
sebbene dovesse certamente essersi accorto delle
presenze estranee nella stanza e anche dei volti curiosi
schiacciati contro i vetri delle finestre.
Il commissario era impietrito. Quel bambino,
quell'essere coperto di cicatrici, rannicchiato, sudicio,
che emanava un tanfo di aia, era selvaggio e derelitto
come la prima creatura creata da Dio a Sua
immagine, quell'Adamo a cui fu data potest su tutti
gli animali e che a sua volta dette loro un nome.
Solo che quello era un animale, una specie di scimmia,
l'essere abietto che doveva avere in mente Linneo
quando aveva raggruppato scimmie e uomini
nel medesimo ordine. E a fugare ogni dubbio, ecco
l il mucchietto dei suoi escrementi ancora freschi,
che luccicavano sulle assi nude del pavimento.
Il fuoco scoppiettava e sibilava. Vi fu un mormorio
dalla folla assiepata contro i vetri delle finestre.
Buon Dio esclam sottovoce. Poi voltandosi
verso il tintore, gli fece l'unica domanda
che gli venne in mente:  pericoloso?.
Vidal, imbarazzato al cospetto del commissario
dal disastro che era la sua casa, si limit a un'alzata
di spalle.  solo un bambino, cittadino commissario,
un povero bambino abbandonato, carne
e ossa, proprio come noi. Solo che  selvatico. Non
sa cos' il porridge, non sa cos' una ciotola, una
tazza, un cucchiaio, non sa che farsene...
Constans-Saint-Estve aveva poco pi di quarantanni
e vestiva alla moda parigina di prima della
Rivoluzione. Aveva una faccia florida e una boccuccia
effeminata. Addossato alla porta, gli occhi
fissi sul bambino, bisbigli: Parla?.
Solo grida e mugolii. Potrebbe essere... Credo
che sia sordomuto.
Vincendo lo shock iniziale, il commissario attravers
la stanza e si ferm un momento davanti
al fanciullo, mormorando paroline rassicuranti. La
sua curiosit scientifica si era risvegliata; quella era
un'opportunit rara. Unprodigio,perlaverit. Salve,
disse alla fine piegandosi sulle ginocchia e portando
la propria faccia nel campo visivo del bambino,
sono Jean-Jacques Constans-Saint-Estve,
commissario di Saint-Sernin. E tu chi saresti? Qual
 il tuo nome?
Lo sguardo del bambino lo attravers come se
fosse un ectoplasma.
Ce l'hai un nome?
Niente.
Mi capisci? Capisci il francese? O magari qualche
altra lingua? A giudicare dal colore della pelle,
il bambino poteva essere basco, spagnolo, italiano.
Il commissario prov a salutarlo nelle lingue
di quei paesi poi, frustrato, batt forte le mani davanti
al naso del bambino. Nessuna reazione. Il commissario
guard Vidal e i volti dietro la vicina finestra
simili a pallidi germogli appesi a un ramo e dichiar:
Sourd-muef".
In quel momento i paesani, che non resistevano
pi, iniziarono a riversarsi nella stanza, uno dopo
l'altro, fino a riempirla completamente, calpestando
le radici e le foglie secche sparse sul pavimento,
e mentre osservavano tutto (cercando, pensava
Vidal, di scoprire i segreti delle sue tinture, cosa
per cui era estremamente inquieto, sospettoso e
irritato), il bambino si rianim e spicc un balzo
verso la porta aperta. Si lev un grido e la folla si
ritrasse come se le si fosse avventato contro un cane
rabbioso; in un batter d'occhio il bambino fu nel
cortile, sotto la pioggia, e galoppava a quattro zampe
verso la cortina di alberi al bordo del campo. E
ce l'avrebbe fatta, sarebbe fuggito di nuovo nella
natura se non fosse stato per due degli uomini pi
forti del villaggio, due giovani sulla ventina, gran
corridori, che lo placcarono e lo riportarono verso
la casa del tintore. Il bambino tentava di liberarsi
dalla loro presa, emettendo un suono nella trachea
(uh-uh-uh-uh), saettando la testa a destra e a sinistra
nel tentativo di mordere.
Ormai era completamente buio e la scena era rischiarata
solo dalla luce del fuoco e di una candela
che filtrava dalla porta aperta. Il commissario, in
piedi sulla soglia, guard il bambino per un lungo
momento, poi cominci ad accarezzargli la faccia,
scostandogli i capelli dalla fronte e dagli occhi in
modo che tutti potessero vedere che si trattava di
un essere umano e non di un cane, una scimmia o
un demone, e le carezze ebbero l'effetto che potevano
avere su una creatura senziente: il respiro del
bambino rallent e lo sguardo si fece distante. Va
bene, disse il commissario, lasciatelo andare, e
gli uomini allentarono la presa sulle braccia e fecero
un passo indietro. Per un attimo il bambino rimase
l accasciato sul gradino, luccicante di pioggia
e fango, braccia e gambe secche come le zampe di
una mucca, poi prese la mano che il commissario
gli porgeva e si alz tranquillamente in piedi.
Era come se nei meccanismi interni dell'enfant
fosse scattato un interruttore; si lasci condurre docilmente,
tenendo la mano del commissario come
un novizio diretto alla chiesa, seguito dal villaggio
in solenne processione. Lungo il percorso, con la
pioggia che continuava a cadere e le strade ridotte
a una broda fangosa, tutti cercavano di avvicinarsi
per toccare il bambino; urlavano che si nutriva solo di bacche e radici dei boschi, e adesso che cosa
avrebbe mangiato, una blanquette de veau? Bceuf
bourguignon? Langouste? Il commissario non si prese
la briga di rispondere, ma era ben deciso a condurre
il suo esperimento. Innanzitutto avrebbe rivestito
la nudit del fanciullo, poi gli avrebbe offerto
una variet di cibi per vedere che cosa sceglieva
e intanto avrebbe cercato di capire qualcosa
di quel prodigio da cui avrebbero tratto giovamento
la societ e il sapere del genere umano.
Una volta a casa, chiuse la porta in faccia ai compaesani,
dette ordine alla domestica di cercare un
abito per il bambino e poi, mentre dava disposizioni
per la cena, lo sistem nella stanza che utilizzava
come studio e ufficio. C'era il fuoco acceso e
il fanciullo vi si avvicin subito. Nella stanza c'erano
diverse sedie, un tavolo, scaffali con testi di legge,
di storia naturale e filosofia, le carte del commissario,
un mappamondo a piantana e una gabbia
per uccelli di filo di ferro. Dentro la gabbia c'era
una pappagallina grigia che trent'anni prima il suo
compianto padre aveva portato da un viaggio in
Gambia; si chiamava Philomne e sapeva chiedere,
con la sua voce stridula, uva, ciliegie e noci, commentare
le condizioni del tempo e lo stato di ebbrezza
degli ospiti a cena e fischiettare la frase iniziale
della Sonata per pianoforte in la minore di Mozart.
Elettrizzato dalla prospettiva di poter esaminare
il fanciullo con tutto comodo, il commissario
usc dalla stanza il tempo necessario per ammansire
la moglie e ordinare che gli venissero portate diverse
pietanze; quando rientr, il fanciullo aveva la
faccia schiacciata contro le sbarre della gabbia e
Philomne, vanesia, gli stava cantando Mozart.
Prese delicatamente il fanciullo per mano e lo
port al tavolo, dove un domestico aveva disposto
una scelta di cibi, sia crudi che cotti. C'era della carne,
pane di segale e di grano, mele, pere, uva, noci,
castagne, ghiande, patate, pastinaca e un'arancia solitaria.
Di tutto ci, il bambino sembr riconoscere
soltanto le ghiande e le patate, che butt nel fuoco,
schiacciando intanto sotto i denti le ghiande per
estrarne il contenuto. Divor le patate quasi all'istante,
nonostante scottassero come le stesse braci;
il pane non lo guard nemmeno. Di nuovo, e per
lunghe ore pazienti, il commissario prov a parlare
al bambino, prima a voce alta, poi a gesti, ma
niente sembrava riscuoterlo; sembrava avere la stessa
consapevolezza di un cane o un gatto. E nessun
rumore, nemmeno un colpo di tamburo, lo turbava.
Alla fine, dopo essersi assicurato che le finestre
fossero ben chiuse e aver messo il catenaccio alle
porte, il commissario lasci il bambino nella stanza,
spense le candele e se ne and a letto. Dove la
moglie lo rimprover (Che cosa gli era venuto in
mente di portare quella creatura selvaggia a casa loro?
E se di notte si fosse alzato e li avesse ammazzati
tutti?), e i due figli, Guillaume e Grard, rispettivamente
di quattro e sei anni, gli dissero che
avevano troppa paura per dormire da soli e volevano
andare nel suo letto.
Al mattino, si avvicin allo studio con passo silenzioso,
pur continuando a ripetersi che non ce
n'era bisogno visto che quasi sicuramente il bambino
era sordo. Alz il catenaccio e sbirci nella
stanza, non sapendo bene cosa aspettarsi. La prima
cosa che vide fu il vestito, un camicione di stoffa
grigia che la sera prima gli avevano infilato a forza
dalla testa; era sul tappeto in mezzo alla stanza accanto
a un mucchietto di escrementi luccicanti. Poi
vide anche il bambino che, in piedi nell'angolo opposto,
fissava la parete e si dondolava avanti e indietro
sui piedi mugolando come se fosse ferito a
un organo vitale. Quindi il commissario si accorse
che parecchi volumi della Histoire naturelle, gnrale
et particulire del Buffon erano buttati sul pavimento
a faccia in gi, i fogli sparsi qua e l. Infine,
scorse Philomne o quello che ne restava.
Quel pomeriggio il bambino selvaggio venne
mandato all'orfanotrofio di Saint-Affrique.

Capitolo 4.

Lo portarono a Saint-Affrique con un fiacre, che
gli procur grande malessere a causa dei balzi e degli
scossoni. Quattro volte nel corso del viaggio vomit
sul pavimento della carrozza e il domestico
che Constans-Saint-Estve aveva mandato con lui
non fece granch per alleviarne le pene, a parte ripulire
il tutto con uno straccio. Il bambino indossava
il suo camicione grigio, che gli avevano annodato
in vita per evitare che se lo togliesse, era scalzo
e per il suo sostentamento gli era stato dato un
sacchetto di patate e rape. I cavalli sembravano terrorizzarlo.
Si dondol sul sedile lamentandosi per
tutto il tragitto. Arrivato all'orfanotrofio, fece per
slanciarsi verso i boschi, a quattro zampe e squittendo
come un roditore, ma il suo guardiano fu pi
svelto di lui.
Fra le quattro mura, fu chiaro che non si trattava
di un bambino qualsiasi. Il direttore dell'orfanotrofio,
il cittadino R. Nougairoles, annotava che
non aveva nessuna idea di come si sta seduti a tavola
o si fanno i bisogni nel vaso o nella latrina, che
si strappava il vestito come se il contatto con la stoffa
gli bruciasse la pelle e si rifiutava di dormire nel
letto che gli era stato assegnato, preferendo acciambellarsi
in un angolo come un mucchietto di
rifiuti. Quando lo minacciavano, usava i denti. Gli
altri bambini, inizialmente curiosi, impararono presto
a lasciargli il suo spazio. Tuttavia, nel breve tempo
che rimase l, due settimane appena, sembr effettivamente
civilizzarsi quel tanto da apprezzare il
piacere di un fuoco in una giornata rigida ed estese
le proprie scelte alimentari includendovi la minestra
di piselli con l'aggiunta di pezzetti di pane
nero. Per il resto, non mostrava il minimo interesse
verso gli altri orfani (o verso chiunque, tranne
che non fosse fisicamente in possesso di uno dei
semplici cibi che mangiava volentieri). Per il tipo di
attenzione che mostrava nei confronti delle persone,
a meno che ovviamente non si avvicinassero
troppo, avrebbero potuto benissimo essere alberi,
e non aveva alcuna nozione del lavoro o dello svago.
Quando non mangiava o dormiva, se ne stava
accucciato sulle ginocchia, dondolandosi ed emettendo
curiosi suoni incomprensibili, ma era sempre
alla ricerca dell'occasione per fuggire e due volte lo
si dovette rincorrere e trattenere con la forza. Infine,
e questa era la cosa che Nougairoles trovava pi
inquietante, non sembrava avere alcuna familiarit
con le forme e gli oggetti di devozione sacra. Il direttore
concludeva che non si trattava di un impostore,
ma dell'esemplare autentico, l'Homo ferus di
Linneo in carne e ossa, e che l'orfanotrofio non era
certo il luogo per ospitarlo.
Nel frattempo, tanto lui quanto Constans-Saint-
Estve misero per iscritto le loro osservazioni sul
bambino e le pubblicarono sul Journal des dbats,
e a quel punto altri periodici parigini si impadronirono
della storia. Ben presto l'intera nazione
fu affamata di notizie sul prodigio di Aveyron, il
bambino selvaggio, l'animale con fattezze umane.
Le congetture galoppavano per le strade e riecheggiavano
nei vicoli. Era il Buon Selvaggio di Rousseau
o soltanto un altro indigeno? O forse, ipotesi
elettrizzante, il loup-garou, ovvero il leggendario lupo
mannaro? Oppure si trattava di un parente stretto
dell'orango, la grande scimmia rossiccia dell'estremo
Oriente che, aveva proposto qualcuno, bisognava
far accoppiare con una prostituta per vedere
cosa ne veniva fuori? Due insigni naturalisti
rivali, l'Abb Roche-Ambroise Sicard dell'istituto
dei Sordomuti di Parigi, e l'Abb Pierre-Joseph
Bonnaterre, professore di Storia naturale alla Scuola
centrale di Aveyron, con sede a Rodez, chiesero
di poter disporre del bambino per osservarne e documentarne
i comportamenti prima di ulteriori contaminazioni
da parte della societ. La spunt Bonnaterre,
almeno in un primo momento, che era pi
a portata di mano; and a prendere di persona il
fanciullo al Saint-Affrique e lo port alla scuola di
Rodez. Per il bambino, disorientato e smanioso solo di liberarsi di tutto ci, signific un altro fiacre,
un altro confronto con i cavalli, un altro volto sconosciuto.
Vomit sul pavimento. Stringeva a s il
sacco di rape e patate senza mai perderlo di vista.
Per parecchi mesi, almeno fino a che il ministro
degli Interni non prese definitivamente posizione a
favore di Sicard, Bonnaterre ebbe il fanciullo tutto
per s. Assegn un domestico a provvedere ai suoi
bisogni fisici e inizi una serie di esperimenti per
valutare le reazioni del bambino e registrare i dati.
Poich era stato dato per scontato che fosse sordo,
fino a quel momento tutti i contatti con lui erano
avvenuti a gesti, ma Bonnaterre si procur una serie
di strumenti, dal triangolo al tamburo alla viola
da gamba, e li suon uno dopo l'altro come poteva.
Fuori dalle finestre c'era una splendida giornata
invernale. Il domestico di Bonnaterre (il giardiniere,
con il quale il fanciullo sembrava avere instaurato
un minimo di rapporto, forse per via dell'odore
di terra che emanava) era stato piazzato davanti
alla porta per impedire al bambino di fuggire
e per ricondurlo alla disciplina nel caso desse in
escandescenze (effettivamente mancava di ogni senso
del pudore: si rimboccava, per esempio, il camicione
fino alla vita per scaldarsi al fuoco giocando
con il pene come se si trattasse di un soldatino).
Comunque, Bonnaterre, un uomo grave e imponente
con una faccia che pareva un prosciutto
circondata dal bianco candido della parrucca, continu
nei suoi tentativi per un po', percuotendo il
tamburo, tirando l'archetto sulle corde della viola
da gamba, battendo le mani, gridando e cantando,
tanto che il giardiniere cominci a pensare che avesse
perso il senno. Il bambino non reagiva a nulla,
non batteva nemmeno le palpebre, non sorrideva e
non girava la testa a nessuno di quei suoni strazianti.
Poi per il giardiniere, tanto per fare qualcosa, prese
una noce dalla coppa che si trovava su una credenza
in fondo alla stanza, fuori dalla visuale del
fanciullo, e la ruppe con lo schiaccianoci emettendo
un suono appena udibile nel frastuono prodotto
dal suo padrone e, come per miracolo, la testa
del fanciullo si gir di scatto. In un baleno, fu accanto
al giardiniere e gli port via le noci; un attimo
dopo era in piedi sulla credenza a battere le noci
contro il ripiano lucido di mogano con la prima
cosa che gli era capitata sotto mano (un candeliere
d'argento, come si seppe poi).
Nonostante il danno all'arredamento, Bonnaterre
ne trasse incoraggiamento. Il bambino non era
sordo, niente affatto, ma i suoi sensi erano cos avvezzi
ai suoni della natura che non percepiva alcun
suono derivante da un essere umano, stridente o
verbale che fosse: in natura non c'erano voci umane
e nemmeno viole da gamba. Aggirandosi per i
boschi nell'eterna ricerca di cibo, prestava orecchio
soltanto alla mela o alla castagna che cadevano o al
grido dello scoiattolo, o magari, in modo quasi prodigioso,
alle infinitesime vibrazioni della escargot
che strisciava nel suo cammino bavoso. Ma se il cibo
era l'unico interesse del bambino nella sua vita
selvatica, come avrebbe reagito ora che di cibo ce
n'era in quantit e bastava chiederlo? Avrebbe cominciato
a sviluppare una vita interiore, una vita
con propositi propri, invece di fissarsi esclusivamente
su oggetti esterni?
Bonnaterre rifletteva su questi interrogativi, osservando
intanto il fanciullo giorno dopo giorno e
notando che acquisiva la rudimentale gestualit per
far comprendere i suoi desideri, indicando per
esempio la caraffa dell'acqua quando aveva sete o,
quando aveva fame, prendendo per mano il suo custode
e portandolo in cucina dove gli mostrava una
cosa o l'altra. Se non veniva soddisfatto immediatamente,
si acquattava per terra muovendosi rapido
a quattro zampe e strisciando il posteriore sulle
assi levigate, emettendo al contempo una sorta di
rauco ululato dal fondo della gola che cresceva, calava
e poi tornava a levarsi dal nulla.
Quando otteneva ci che voleva (patate, noci,
fave, che sgusciava con sorprendente rapidit e destrezza),
mangiava finch non sembrava sul punto
di scoppiare, mangiava in una volta sola pi di cinque
bambini, dopo di che raccoglieva i resti nella
veste e se li portava nel cortile, dove li seppelliva
per future necessit, esattamente come un cane con
l'osso. E quando gli si dava da mangiare insieme
agli altri non dimostrava alcun senso di cortesia o
equit, ma prendeva tutto il cibo per s, arraffandolo
apertamente o con un gesto furtivo, senza darsi
pensiero per i suoi compagni. Durante la terza
settimana di osservazione cominci ad accettare la
carne quando gli veniva offerta, dapprima cruda e
poi cotta, e alla fine cominci ad apprezzare le patate
dorate dall'olio in padella; se gliene veniva voglia,
andava in cucina, prendeva il coltello e la padella
e indicava lo stipetto dove si tenevano le patate
e l'olio per cuocere. Era una vita rozza, incentrata
su una cosa sola, il cibo, e Bonnaterre pot riconoscervi
le origini dell'umanit non civilizzata,
non toccata dalla cultura, dalla consapevolezza, dal
pensiero umano. Come ci si poteva aspettare che
fosse a conoscenza dell'esistenza di Dio? scriveva
Bonnaterre. Che gli si mostri il cielo, i campi
verdi, le vaste distese di terra, le pere della natura,
lui non vede nulla a meno che non sia qualcosa da
mangiare.
Quanto al fanciullo, cominci molto gradualmente
ad adattarsi. Il cibo non proveniva da un buco
nel terreno o dall'incontro casuale con qualche
carogna o con una creatura selvatica pi lenta di lui,
ma da quegli animali che l'avevano catturato, strani
animali con grandi facce e musi, con il loro strano
pelame bianco e una seconda pelle glabra sulle
gambe. Un giorno, trovandosi insieme a colui cui
era affidato, colui al quale tutti si inchinavano, colto
da un impulso afferr la pelliccia dell'uomo, quella
cosa di un bianco abbacinante, e scopr con stupore
che si staccava dalla testa e gli restava attaccata
alle dita. L'uomo, il faccione tutto rosso, le vene
simili a lombrichi che gli strisciavano su per il
collo, balz dalla sedia con un grido e fece per riprendersi
l'affare, ma il bambino era pi veloce di
lui, saettava qua e l per la stanza urlando con quella
cosa, quel pezzo di pelle che odorava di muschio
e di quella polverosa sostanza bianca che le dava il
colore. Farfugliando, l'uomo lo rincorse e il bambino,
a questo punto terrorizzato, si lanci verso
una specie di pietra che per era trasparente e consentiva
lo sguardo all'esterno, sul cortile. Era vetro,
anche se lui non poteva saperlo, ed era una parte
essenziale delle pareti che lo imprigionavano. L'uomo
urlava. Lui correva. E la pietra and in frantumi,
mordendogli il braccio con i suoi denti.
Gli misero una benda sulla ferita, che lui si
strapp con i denti. Il sangue era qualcosa che conosceva,
come pure il dolore, sapeva evitare i rovi,
i nidi di vespe, le pietre aguzze sulle creste che scivolavano
sotto i piedi ferendogli le caviglie con gratuita
ferocia, ma questo era diverso, un fenomeno
nuovo: vetro. Un taglio da vetro. Lo incurios e
quando nessuno lo vedeva ne prese una scheggia e
se la pass sul dito finch non sent nuovamente dolore
e comparve il sangue e lui spremette il dito ferito
per veder brillare il taglio arrossato. La sera,
poco prima di cena, prese per mano l'altro uomo,
quello che sapeva di stallatico e terra, e si fece portar
fuori in cortile; non appena la porta si apr si
lanci verso il muro che scal in due balzi disperati;
poi ricadde dall'altra parte e corse e corse.
Lo ripresero, ai margini del bosco, e lui lott
con i denti e con le unghie, ma loro erano pi grossi,
pi forti e lo riportarono indietro come avevano
sempre fatto e avrebbero continuato a fare, perch
non c'era libert, non pi. Adesso era una creatura
dei muri e delle stanze, schiavo del cibo che gli
davano. E quella notte non gli dettero niente, n cibo
n acqua. Lo chiusero nel posto dove dormiva
sempre la notte, anche se lui non voleva dormire,
voleva mangiare. Mastic un'asse della porta finch
non gli sanguinarono le labbra e le gengive si
tesero attorno al dolore. Non era pi selvaggio.
Quando lo portarono a Parigi, quando finalmente
il ministro degli Interni intervenne a favore
di Sicard e dette ordine che il bambino venisse portato
a nord nella Ville Lumire, fece il viaggio attraverso
quella campagna sconosciuta con Bonnaterre
e il giardiniere che aveva badato a lui durante
il suo soggiorno a Rodez. All'inizio non voleva
entrare nel fiacre (quando lo portarono fuori dal
portone e lo vide l in attesa e di fianco i tre cavallida tiro massicci e puzzolenti con le loro zampe
immense e gli occhi spalancati, cerc di fuggire),
ma Bonnaterre se lo aspettava e aveva messo sul sedile
un cesto di patate, rape e pagnottelle dure, il
che era bastato a indurlo a salire il gradino e rintanarsi
dentro. Come precauzione a scanso di ulteriori
disavventure, Bonnaterre fece legare dal
giardiniere una cordicella alla cintura attorno alla
vita del bambino, una semplice fune intrecciata di
cui l'abb teneva mollemente in mano il capo quando
la vettura pubblica faceva le fermate previste e
raccattava qualche occasionale passeggero lungo la
strada. Era un guinzaglio, come quelli che si usano
per i cani? Era una domanda interessante, che
portava con s implicazioni filosofiche e umanitarie
(di sicuro Bonnaterre non voleva chiamarlo cos,
e nemmeno il giardiniere) e mentre il fanciullo
si dondolava sul sedile e rimetteva sul pavimento,
l'abb lo stringeva impercettibilmente. La carrozza
sussultava sulle balestre, il giardiniere si rannicchiava
nel suo angolo, Bonnaterre guardava dritto
davanti a s. E quando una pallida signora e la sua
cameriera salirono a bordo del fiacre in una cittadina
di mercato sul tragitto, lui si sent in dovere
di assicurare loro che il bambino non era affatto
pericoloso e che la corda serviva solo per la sua
stessa sicurezza.
Ciononostante quella sera, quando si fermarono
in una locanda sulla strada, il bambino (ormai
si era fatto alto e aveva messo su peso, non era pi
veramente un bambino) riusc a combinarne una.
Mentre il cocchiere teneva la porta aperta per la signora,
il bambino dette uno strattone improvviso
alla cordicella strappandola di mano all'abb; un
istante dopo, aggrappandosi alla gonna della signora
per aiutarsi, balz gi dalla carrozza e corse su per
la strada con quel suo curioso passo dinoccolato e
sghembo, trascinandosi dietro il guinzaglio. La signora,
credendosi aggredita, dette un grido spaventando
i cavalli che partirono mentre Bonnaterre
e il suo domestico scendevano mettendosi all'inseguimento
e il vetturino lottava con le redini.
Come si pu immaginare, l'abb non era in condizioni
di sostenere una corsa campestre sugli irregolari
viottoli di terra battuta che si aprivano dalla
stradina di campagna e dopo cinque metri era piegato
in due che annaspava in cerca di aria.
Stavolta per, con grande sollievo di tutti, apparentemente
il bambino non stava tentando la fuga,
perch si ferm da solo a non pi di cento metri,
dove accanto alla strada c'era una pozza di acqua
stagnante. Prima che potessero impedirglielo,
si sdrai con il ventre per terra e si mise a bere. La
superficie dell'acqua era coperta di lenticchie d'acqua,
alghe, detriti caduti sulla strada. Le zanzare si
posarono sulle braccia e le gambe nude del bambino.
Il vestito era lordo di fango. Bonnaterre e il giardiniere
si avvicinarono, rimproverandolo, ma lui
non bad a loro: aveva sete; stava bevendo. Quando
ebbe finito, si alz e defec dove si trovava (altra
curiosit: defecava stando in piedi e si accovacciava
per mingere), insozzando i bordi del camicione
senza pensarci un secondo. Poi, come se non
bastasse, gherm qualcosa fra le canne e se lo port
alla bocca prima che loro potessero intervenire, una
rana, come si vide, ormai ridotta in poltiglia quando
il giardiniere riusc a fargli aprire le mascelle.
Dopo di che si lasci condurre abbastanza docilmente
alla locanda, dove si sistem nell'angolo
che gli era stato destinato in fondo alla stanza, gorgogliando
e schioccando la lingua con il suo sacco
di radici e tuberi, apparentemente soddisfatto e senza
ricercare la compagnia di nessuno. Ma in breve
tempo la voce del suo arrivo si sparse fra gli abitanti
del paese che si accalcarono nella locanda per il resto
della serata, allungando il collo per dare un'occhiata,
gente che schiamazzava all'ingresso e si riversava
nei corridoi, cani che guaiolavano, l'intero
vicinato in agitazione. Lui si rintan nel suo angolino,
la faccia rivolta verso la parete, ma il fermento
si protrasse a lungo dopo il calare dell'oscurit.
E naturalmente, pi lui e i suoi custodi si avvicinavano
alla capitale, dove la diffusione dei giornali era
maggiore, pi numerose e insistenti si facevano le
persone. Suo malgrado, e malgrado l'ordine perentorio
del ministro degli Interni di condurre il
bambino a Parigi illeso e senza indugi, Bonnaterre
non pot fare a meno di concedere alla gente lungo
il tragitto quanto meno uno sguardo al fenomeno.
Ma non si sentiva minimamente un banditore da
circo o un saltimbanco gitano n niente del genere:
lui era uno scienziato che presentava l'oggetto
dei propri studi, e se l'orgoglio di averlo in suo possesso
gli dava un'intima sensazione di particolare
privilegio e di autorit, be', poco male.
Forse fu il contatto con tutte quelle persone, o
respirare l'aria notturna o i miasmi che si levavano
dai fossati ai lati della strada dove gli piaceva abbeverarsi,
sta di fatto che durante il percorso il bambino
si ammal di vaiolo e lo si dovette confinare
nella stanzetta sul retro di una locanda per un periodo
di dieci giorni nel corso dei quali si copr di
macchie, a tratti scosso dai brividi, a tratti febbricitante.
Furono portate coperte, venne consultato
il medico locale, si parl di purghe e di salassi, e
Bonnaterre era in ambasce perch c'era in gioco la
sua testa. Forse letteralmente. Il ministro degli Interni,
Lucien Bonaparte, fratello di Napoleone, era
un uomo esigente, e presentarsi col solo cadavere
del bambino selvaggio sarebbe stato come portargli
la pelle di una rara creatura della giungla africana,
priva dei tratti anatomici, i colori brillanti ormai
svaniti. L'abb si inginocchi davanti al corpo
tremante, rannicchiato e sudato del bambino e
preg.
Sospeso fra veglia e sonno, il bambino guardava
i muri svanire e il soffitto scomparire rivelando
le stelle e la luna, poi si rotolava nei prati mentre il
mistral scuoteva gli alberi piegandoli come fili d'erba,
e lui rideva forte e correva, correva. Rivedeva il
suo passato, i posti in cui si era rimpinzato di bacche,
i vigneti e l'uva e la cantina in cui un contadino
teneva le patate raccolte, appena cavate dalla terra.
Poi c'erano i ragazzi, i ragazzi del villaggio, monelli,
animali lesti di gambe, che lo scoprivano nella
foresta e lo inseguivano tirandogli addosso legni
e pietre e trafiggendolo con i loro acuti urli taglienti,
e poi gli uomini e il fuoco e il fumo. E quella stanza,
dove tornavano a erigersi i muri e ricompariva
il soffitto a cancellare il cielo. Aveva fame. Sete. Si
mise a sedere buttando indietro le lenzuola.
Tre giorni dopo era a Parigi, anche se lui non lo
sapeva. Lui sapeva solo quello che vedeva con gli
occhi e sentiva con le orecchie e con il naso. Vedeva
confusione, sentiva caos, e l'odore che arrivava
al suo naso era quanto di pi disgustoso gli fosse
capitato in tutti gli anni di vagabondaggio nei campi
e nelle foreste di Aveyron, concentrato, pungente:
il fetore della civilt.

Capitolo 5.

L'Istituto per sordomuti si estendeva per vari ettari
dall'altra parte del boulevard Saint-Michel di
fronte ai Giardini del Lussemburgo. Era un ex seminario
cattolico, che il governo rivoluzionario aveva
assegnato all'Abb Sicard per la formazione e
l'emancipazione dei sordi e dei muti. Sicard era diventato
famoso per i risultati straordinari che era
riuscito a ottenere in diversi suoi allievi, utilizzando
un metodo di insegnamento del linguaggio dei
segni che aveva ripreso dal suo predecessore, De
l'Epe, e trasformando casi disperati in cittadini
produttivi in grado non soltanto di esprimere i propri
bisogni e la propria volont con assoluta chiarezza,
ma anche di discettare su questioni filosofiche.
Uno di loro, un giovane ben fatto di nome Massieu,
era stato oggetto di numerose dimostrazioni
pubbliche di Sicard sulle capacit di linguaggio e
scrittura dei suoi allievi, in cui essi rispondevano a
domande scritte dal pubblico su bigliettini, e arriv
a parlare davanti a diversi eruditi consessi con disinvoltura
e autorevolezza con un accento non molto
peggiore di quello di uno straniero colto. Cosa
ancor pi sorprendente, questo giovane, che era
giunto in istituto muto come un sasso, arriv a poter
cenare in compagnia e a intrattenere i presenti
con i suoi originali bon mots: memorabile la definizione
della gratitudine come la mmoir du coeur e
la distinzione fra desiderio e speranza per cui Il
desiderio  il ramo fronzuto, la speranza  il ramo
fiorito, l'appagamento  il ramo carico di frutti. E
cos, quando il bambino selvaggio pass da Bonnaterre
a Sicard, tutta Parigi aspettava il risultato,
il miracolo che si sarebbe puntualmente verificato
quando il bambino avesse acquistato la capacit di
parola e il dono della civilt; la speranza che un giorno
anche lui potesse dar forma, davanti a un pubblico
rapito, ai pensieri e alle emozioni che provava
quando ancora viveva come un animale.
Purtroppo, le cose dovevano andare diversamente.
Dopo la prima ondata di eccitazione, dopo che
la folla si era dispersa e met dell'haut monde parigino
era sfilato sulle scale dell'istituto per vederlo
dondolarsi in un angolo della sua camera al quinto
piano, dopo che era stato portato nelle stanze del
ministro degli Interni per un colloquio privato (dove
era rimasto accovacciato in un angolo con lo
sguardo perso nel vuoto per poi fare i suoi bisogni
sul tappeto), dopo che i giornali avevano riferito
ogni sua mossa mentre i comuni cittadini si ritrovavano
agli angoli delle strade a discutere sulla sua
umanit, venne abbandonato a se stesso. Sicard, occupato
com'era dai suoi allievi meno problematici,
dalla stesura del libro che stava scrivendo sull'educazione
dei sordomuti e dalle incombenze in qualit
di membro fondatore della Societ per l'osservazione
dell'uomo, visit il bambino nell'arco di parecchi
giorni e lo dichiar idiota senza speranze;
non aveva intenzione di mettere a repentaglio la
propria reputazione per una creatura che non riconosceva
alcun segno, non possedeva il buonsenso
e nemmeno l'igiene di un gatto domestico. Cos,
il bambino venne abbandonato di nuovo, ma stavolta
fra le mura di un istituto, dove nessuno si occupava
di lui e gli altri bambini si facevano un dovere
di corrergli dietro, schernirlo e tormentarlo.
Si muoveva furtivo nei corridoi e sui pianerottoli,
sempre nell'ombra come se avesse paura della
luce, e quando sentiva gli schiamazzi degli studenti
sordomuti sulle scale correva nella direzione opposta,
salendo svelto quando erano al piano sotto,
scendendo se erano a quello sopra. All'aperto, teneva
la schiena addossata alle ruvide pietre degli
edifici, guardingo e spaventato, e quando gli altri
uscivano dalle classi, si lanciava verso l'albero pi
vicino. Se in quel periodo pensava alla fuga, a frustrarlo,
oltre al custode che di notte lo teneva sotto
chiave, ci pensavano le mura che delimitavano i
terreni circostanti l'istituto: avrebbe potuto scalarle
grazie a quella sua agilit da scoiattolo, ma dietro
quelle mura c'era la citt, di cui adesso egli era
una creatura e un prigioniero.
L'unico sollievo era l'intimit della sua stanza, e
anche quella gli era sovente negata perch negli androni
dell'istituto c'era sempre qualche membro della
comunit scientifica, filosofi o naturalisti che uno
dopo l'altro ficcavano dentro la testa o lo seguivano
mentre lui trotterellava nei corridoi con quel suo
bizzarro passo sghembo o si arrampicava sui rami
dell'albero pi vicino per sottrarsi alla calca di persone,
persone tutto attorno a lui quando un attimo
prima non c'erano. Consumava il cibo da solo, nella
sua stanza, facendone scorta, e se capitava che si
bagnasse, per un temporale o nel laghetto ornamentale
dove gli altri bambini si divertivano a sospingerlo,
aveva la sconcertante abitudine di asciugarsi
con la cenere del camino, prendendo cos l'aspetto
di uno spirito che infestava i corridoi. Strappava
la paglia dal letto, si rifiutava di fare il bagno,
defecava accanto al vaso come in segno di sfida. Due
volte, prendendosela con il mite Monsieur Gurin,
il vecchio adibito alla cura dei terreni, gli aveva inflitto
morsi. Sicard e tutto il personale lo ritenevano
un caso disperato. Si parl persino di rinchiuderlo
a Bictre con i ritardati e i matti, e l'avrebbero
fatto non fosse stato per l'ombra che questo avrebbe
gettato su Sicard il quale, dopo tutto, aveva insistito
per portare il bambino a Parigi. Nell'autunno
del 1800, le cose erano in un'impasse.
Fu allora che un dottore dell'ospedale Val-de-Grce,
fresco di studi, and a lavorare all'istituto
come responsabile medico. Il suo nome era Jean-Marc
Gaspard Itard, aveva venticinque anni e prima
dell'internato a Parigi si era laureato a Marsiglia;
gli venne assegnato un appartamento nell'edificio
principale e uno stipendio modesto, molto modesto,
che ammontava a sessantasei franchi all'anno.
La prima volta che aveva visto il bambino selvaggio
era stato dopo aver medicato un morso sul
braccio di una delle studentesse e aver saputo che
chi l'aveva inferto era ancora appollaiato fra i rami
spogli del grande olmo che dominava i terreni, e
che si rifiutava di scendere. Itard aveva ovviamente
sentito parlare di lui, come tutti a Parigi, e Sicard
vi aveva fugacemente accennato come a un esperimento
fallito, ma ora, arrabbiato e turbato, usc in
cortile nel vento nudo, risoluto ad affrontarlo.
I terreni erano deserti; il cielo stava imbrunendo.
Sulla citt era calata un'ondata di freddo, i rigagnoli
delle strade ghiacciati, i cittadini infagottati
in sciarpe e pastrani circondati da nuvolette di
alito fumante. Nella fretta, Itard aveva dimenticato
di prendere il cappotto, aveva addosso solo la
giacca, e quasi subito fu percorso da un brivido.
Corse nell'erba ghiacciata fino al punto in cui l'olmo
si stagliava contro le strisce rosso pallido del cielo.
In un primo momento vide solo un groviglio di
neri rami lisci agitati leggermente dal vento, poi per
un piccione si alz in volo dall'albero in un frullio
di ali ed ecco l il bambino, una macchia bianca attaccata
come un fungo ai rami pi alti del tronco.
Si avvicin, gli occhi fissi sull'albero, poi incespic
su qualcosa, un'ombra ai suoi piedi. Quando si
chin per guardare meglio, vide che era un semplice
camicione di stoffa grigia, l'indumento del bambino,
lanciato a terra come per un ripensamento.
Dunque era nudo, il Selvaggio era nudo, sulla cima
dell'albero, e aveva morso una bambina. Itard stava
per girare sui tacchi: Che quell'animale si congeli,
pens. Se  questo che vuole, che si congeli pure. Poi
per i suoi occhi tornarono all'albero e vide con improvvisa
chiarezza, vide lo spicchio neutro di un volto,
il buco vuoto degli occhi, le braccia e le gambe
pallide divaricate, e per un istante usc dal proprio
corpo ed entr in quello del bambino. Come ci si poteva
sentire a essere abbandonati, la gola tagliata, a
essere catturati e imprigionati senza potersi difendere
se non affondando i denti nel pi lento e pi debole
dei tuoi tormentatori? A buttar via i vestiti, indifferente
al freddo? A rannicchiarsi, nascondersi,
aver fame? Molto lentamente, molto cautamente,
Itard si iss sull'albero e cominci ad arrampicarvisi.
La prima cosa che fece Itard fu incaricare la moglie
del guardiano, Madame Gurin, di provvedere
con tocco femminile ai suoi bisogni, di vezzeggiarlo
un po'. Da quel momento, avrebbe consumato i pasti
nell'appartamento della donna, insieme a Monsieur
Gurin, il cui atteggiamento nei confronti del
fanciullo, Itard ne era sicuro, col tempo si sarebbe
ammorbidito. All'epoca Madame Gurin aveva una
quarantina d'anni. Era una donna tozza, tollerante,
gi appartenente al ceto contadino e ora, come tutti
i membri della Repubblica, una cittadina; forte di seno,
sedere e fianchi, portava i folti capelli grigi raccolti
in una crocchia sulla sommit del capo. Le figlie,
tre bambine, vivevano con la sorella in una casa
a Chaillot e lei le vedeva quando poteva.
Itard, per parte sua, celibe, dedito anima e corpo
al suo incarico per i sordomuti e per di pi ambizioso
e desideroso di dar prova di s, vide nel fanciullo
qualcosa che gli altri non avevano scorto. Lass
in alto fra i rami dell'olmo, la citt distesa sotto di
lui e il volo degli uccelli che si incrociavano sui tetti,
tese la mano nel vento, mormorando parole rassicuranti,
suadenti, finch il fanciullo la prese. Non
cerc di tirarlo verso di s o di esercitare forza o pressione
(era troppo pericoloso; un movimento improvviso
poteva provocare una caduta) ma si limit
a tenere la mano che gli aveva porto, trasmettendogli
il proprio calore nel modo pi elementare. Dopo
un po' gli occhi del fanciullo si posarono su di lui, e
dentro vi intravide un mondo intero, magari chiuso
e segregato, ma tuttavia presente. Vide intelligenza
e bisogno. E non solo: una sorta di patto embrionale,
una fiducia che nasceva automaticamente perch
entrambi sapevano che nessuno, nemmeno il pi agile
dei sordomuti, sarebbe stato in grado di seguire il
Selvaggio su quell'albero. Quando alla fine lasci andare
la mano del fanciullo indicandogli il suolo in
basso, quello parve capirlo e lo segu gi lungo il
tronco dell'albero, sincronizzando i movimenti delle
mani e dei piedi con i suoi. Alla base dell'albero
Itard tese di nuovo la mano e il ragazzo l'afferr e si
lasci ricondurre al grande edificio di pietra, poi sui
gradini che portavano alla sua stanza e al fuoco che
Itard aveva fatto preparare. Rimasero entrambi a lungo
inginocchiati sulle assi grezze del pavimento a
scaldarsi le mani mentre il vento sferzava le finestre
e la notte calava come una scure.
Sicard dette a Itard il permesso di lavorare con
il bambino. Che altro poteva fare? Se il neofita non
fosse riuscito a civilizzare il Selvaggio, se non fosse
riuscito a insegnargli a parlare e a comportarsi bene
in societ, lui non ci avrebbe perso niente. Anzi,
in qualche modo sarebbe stato un sollievo, gli
avrebbe tolto ogni responsabilit, e se per caso il
Selvaggio fosse miracolosamente riuscito ad apprendere
il linguaggio, ci sarebbe stata una ricaduta
positiva sull'intero istituto; Sicard riusciva persino
fugacemente a immaginarsi il bambino, vestito
come si deve, in piedi accanto a Massieu in un auditorium
a fare riflessioni argute sulla sua vita precedente,
a parlare di tuberi crudi come la nourriture
des animaux et des Belges o cose del genere. Invece
no, non sarebbe andata cos. Ed era meglio
scaricare la colpa su qualcun altro. Riusc tuttavia
a ottenere uno stipendio di cinquecento franchi dal
governo per la cura e l'educazione del bambino e
per quell'esperimento unico che Itard era disposto
a condurre mettendo alla prova le tesi propugnate
da Locke e da Condillac: l'uomo nasceva come una
tabula rasa, non ancora formato e senza idee, educabile
e perfettibile, e la societ vi tracciava sopra
il suo segno? Oppure, come supponeva Rousseau,
la societ era un elemento corruttore, e non il fondamento
di tutto ci che  buono e giusto?
Per i cinque anni successivi Itard si dedic sette
giorni su sette a scoprirlo.
Il fanciullo si adatt al regime con circospezione.
Da una parte, beneficiava della protezione che
gli fornivano Madame Gurin e Itard contro la massa
dei sordomuti che facevano a gara per distruggerlo
e si godeva le incessanti riserve di cibo della
dispensa dei Gurin, ma dall'altra resisteva con tutte
le sue forze ai tentativi del medico di controllarlo.
Aveva messo su peso, era pi in carne, pi pallido
(una volta sottratto ai boschi e ai raggi del sole,
si vide che la sua pelle era chiara come quella di
tutti gli altri bambini), e voleva solo starsene in un
angolo della sua stanza a dondolarsi avanti e indietro,
oppure seduto sulla riva dello stagno a guardare
i riflessi della luce sull'acqua. E adesso, all'improvviso,
c'era quell'uomo con il suo sguardo
insistente e il naso aguzzo a perseguitarlo in ogni
momento di veglia, seguendolo fin nella stanza per
assalirlo anche l e arrivando a sedersi al tavolo con
lui per sindacare se faceva incetta di cibo, le salsicce
che nel frattempo aveva imparato ad apprezzare,
le patate fritte nell'olio e i fagioli, la minestra di
fave, il pane caldo di forno.
Tutti i giorni, senza tregua, era costretto alla sua
recita. E la cosa era tanto pi spiacevole perch nelle
prime settimane Itard gli aveva lasciato fare quello che gli andava, portandolo con s in lunghe passeggiate
nel parco, permettendogli di mangiare ci
che voleva quando voleva e di starsene nel suo angolo
o di rannicchiarsi a dormire in qualsiasi momento
del giorno e della notte, il che era una specie
di paradiso per il bambino, perch il capo era
lui, i suoi capricci erano i capricci di Itard e con
Itard al suo fianco poteva sfidare i sordomuti, soprattutto
quel ragazzo snello e veloce come una frusta
che gli sbucava alle spalle per rifilargli colpi secchi
a mano aperta o per atterrarlo schiacciandolo
sotto di s fino a togliergli il respiro. Adesso c'era
Itard con lui, a proteggerlo, ma anche, pian piano,
sottilmente, a piegarlo alla propria volont. La mattina
in cui cadde la prima neve, tutto l'istituto ancora
assonnato, i rumori attutiti dal fioccare silenzioso
e incessante, il bambino si svegli in preda a
una scalpitante allegria e si precipit nudo gi per
le rampe di scale fino al cortile dove alz il viso al
cielo urlando al turbine di candidi cristalli e buttandosi
nei cumuli, insensibile al freddo, e nessuno
cerc di fermarlo. Gli edifici di pietra sembravano
falesie che invocavano la bufera dal cielo. Nell'aria
si creavano forme che poi si frammentavano, visioni
che apparivano nel cortile per lui e soltanto per
lui. Poi alz lo sguardo, avvertendo qualcosa, una
presenza, ed ecco l quell'uomo, Itard, infagottato
nel pastrano e nella sciarpa, i ricci scuri dei capelli
che si andavano imbiancando, come le ciglia, le sopracciglia,
il profilo appuntito del naso.
Il giorno dopo si inaugur il regime e pian piano
il paradiso si allontan.
Itard prendeva in carico il fanciullo subito dopo
colazione cominciando con un lungo bagno caldo,
un bagno che durava tre ore e passa, con Madame
Gurin che scaldava un pentolone di acqua
dietro l'altro e il bambino che se la spassava, sguazzando,
immergendosi, spruzzando, giocando come
qualsiasi bambino lasciato a se stesso in un corroborante
bagno caldo, solo che l c'era una finalit,
una finalit civilizzatrice, e che il bambino ne uscisse
pulito e privo di odori sgradevoli non era che un
beneficio secondario. No, quello che Itard voleva
fare (e i bagni continuarono ogni giorno per tutto
il mese successivo) era rendere sensibile il Selvaggio,
consapevole del suo corpo, di se stesso, come
la vita da animale non avrebbe mai potuto fare. Dopo
il bagno quotidiano, un'altra ora veniva dedicata
al massaggio, con Itard e Madame Gurin che si
alternavano a frizionargli le braccia, le gambe, i reni,
per rilassarlo, procurargli piacere, offrirgli l'occasione
di apprezzare un'interazione che prima di
allora non aveva mai conosciuto: lasciarsi toccare
da un suo simile, senza nessuna paura, nessuna violenza.
Ovviamente, nel giro di un mese faceva le
bizze se l'acqua non era abbastanza calda o le mani
di chi lo massaggiava non abbastanza energiche,
inoltre cominci a vestirsi spontaneamente, perch
ormai, irrimediabilmente, sentiva il freddo come
qualsiasi altra creatura domestica. E lo stesso avvenne
con il cibo. Il Selvaggio che una volta si nutriva
di radici crude e tuberi, prendeva le patate dal
fuoco, trangugiava insetti e sbranava roditori con i
denti, adesso arricciava il naso davanti a una pietanza
che conteneva qualcosa di non gradito o che
era contaminata anche da un solo capello della
fluente chioma argentata di Madame Gurin.
Anche altri indizi testimoniavano il risveglio dei
suoi sensi. Impar a usare un cucchiaio per togliere
le patate dall'acqua bollente, invece di cacciarvi
dentro le dita insensibili. Cominci a riconoscersi
allo specchio e a orientarlo in modo da catturare la
luce e proiettarla da un angolo all'altro della stanza.
Le sue dita cercavano le morbide sottane di Madame
Gurin e la deliziosa increspatura del velluto
dei vestiti di Itard. Quando prese il suo primo
raffreddore e starnut, probabilmente per la prima
volta in vita sua, ne fu terrorizzato e corse a letto a
seppellirsi sotto la trapunta, temendo che il suo stesso
corpo lo stesse aggredendo. Poi per starnut ancora
e ancora e in poco tempo, grazie a Itard che
gli stava vicino mormorando rassicurazioni, cominci
a riconoscere l'approssimarsi dello starnuto
e ad assecondarne il corso, esagerando il suono,
ridendo e rotolando per la stanza come sospinto da
un soffio interno.
Il passo successivo, e qui il fanciullo cominci
a irritarsi per le richieste del maestro, fu l'avvio della
seconda fase del regime, che mirava ad acuire la
vista e affinare l'udito cos come era stata stimolata
la sua sensibilit tattile. Fino a quel momento aveva
adottato una sorta di ascolto selettivo, per il quale
registrava soltanto i suoni legati al cibo, il cucchiaio
che tintinnava in una scodella, il sibilo della
fiamma sotto la pentola, lo schiocco di una noce,
ma il linguaggio umano non lo registrava (a prescindere
dall'inflessione, come quando Itard o i
Gurin perdevano la pazienza per una delle sue bizze
o cercavano di impedirgli di fare qualcosa che
poteva nuocergli). Il linguaggio era una specie di
musica di sottofondo, non diversamente dall'incomprensibile
cinguettio degli uccelli della foresta
o dai muggiti delle mucche o dall'abbaiare dei cani.
Itard si accingeva a insegnarglielo prima attraverso
l'imitazione, dicendosi che era cos che imparavano
a parlare i bambini, con i genitori che mimavano
quello che dicevano. Frammentava le parole
in suoni semplici di vocali e consonanti, ripetendoli
instancabilmente, nella speranza che il bambino
gli facesse eco, sempre con un oggetto in mano,
un bicchiere di latte, una scarpa, un cucchiaio,
una scodella, una patata, e pronunciandone il nome.
Il bambino distoglieva lo sguardo. Non metteva
minimamente in connessione quei suoni rozzi a
ci cui si riferivano e dopo mesi di studio non era
in grado di produrre altro che un mugolio sordo e
la risata che si risvegliava dentro di lui nei momenti
pi assurdi e meno opportuni. Reagiva per al
parlottio inceppato dei sordomuti, fuggendo come
sarebbe fuggito da qualsiasi suono allarmante in natura,
il colpo di un tuono o lo scroscio di una cascata,
e una sera, quando ormai Itard aveva perso
ogni speranza, finalmente riusc ad articolare la sua
prima espressione.
Era febbraio, il cielo si allungava basso e grigio
sulla citt, la cena cuoceva in migliaia di pentole,
l'incessante trapestio e l'agitazione e gli schiamazzi
degli studenti attutiti dalla nebbia e dalla quiete
che precedeva il desinare. Itard, seduto nella cucina
dell'appartamento dei Gurin mentre Madame
Gurin preparava da mangiare, fumava silenziosamente
osservando il bambino, che quando c'era di
mezzo il cibo era sempre attentissimo. Successe che
mentre il fanciullo era davanti alla cucina a sorvegliare
la bollitura delle patate, i Gurin, marito e
moglie, iniziarono a discutere animatamente sulla
recente morte di un loro conoscente in un incidente
con la carrozza. Madame Gurin sosteneva che
fosse colpa del cocchiere, sbadato, forse ubriaco,
mentre il marito lo difendeva. Tutte le volte che lei
diceva qualcosa, lui ribatteva: Oh, ma qui  diverso,
e le proponeva la sua versione. Fu quella
semplice esclamazione, quel suono vocalico, quella
o che fece voltare la testa al bambino, come se
riuscisse a distinguerla dal resto. Pi tardi, mentre
si stava preparando per andare a letto (e, sia detto
per inciso, mostrava una spiccata preferenza per
lenzuola fresche di bucato e un materasso di piume,
rifiutando il nido di legnetti e le fredde assi su
cui in passato si era incaponito), Itard and a dargli
la buonanotte e a fare gli esercizi con le vocali,
pensando che l'azione del sonno potesse in qualche
modo imprimere i suoni sulla tavoletta vuota che
era la mente del bambino.
Oh, disse Itard, indicando la finestra. Oh,
disse indicando il letto, la propria gola, il suono
morbido e rotondo che aleggiava nell'aria.
Con sua sorpresa, il suono gli torn indietro dal
fondo della gola del fanciullo che, in camicia da notte,
giocherellava con le coperte. Di abluzioni neanche
a parlarne, n si fngeva di pregare un Dio di cui non
c'era neppure il concetto; quando il bambino sembr
sonnecchiare, si ritir nella propria stanza e si butt
nel letto. Ma mentre era sdraiato, lo sent ripetere il
suono, come colpito dalla novit, e Itard, euforico, si
chin su di lui continuando a dire oh, oh, oh, finch
il bambino non cadde addormentato.
A quel punto, il mattino dopo, sembr perfettamente
naturale quando il bambino and da lui
che Itard lo chiamasse con il suo nuovo nome, che
aveva pensato lui stesso, un nome augusto e venerabile
portato da molti francesi prima e dopo di allora,
un nome il cui accento cadeva deciso sulla seconda
sillaba aperta: Victor. Il suo nome era Victor,
e anche se non riusciva a pronunciarne la prima parte
e forse non la sentiva nemmeno n mai l'avrebbe
sentita, impar a rispondere alla seconda. Era
Victor. Victor. Dopo tredici anni su questa terra finalmente
era qualcuno.

Capitolo 6.

Pi o meno all'epoca in cui gli venne imposto
il nome, Victor (o meglio, Itard in rappresentanza
di Victor) venne invitato nel salotto di Madame
Rcamier. Si trattava di una grande opportunit,
non soltanto per Victor, la cui causa poteva
essere sostenuta davanti alle persone pi potenti
e pi influenti di Francia, ma anche per Itard che,
suo malgrado, aveva irragionevoli aspettative sociali
e, come tutti, ambiva ai riconoscimenti. Madame
Rcamier, all'epoca ventiquattrenne, famosa
per la sua bellezza e il suo spirito, era la moglie
di un ricco banchiere che aveva tre volte la sua et,
nonch signora di uno chteau a Clichy-la-Garenne,
appena fuori citt; chiunque contasse qualcosa ci
andava per renderle omaggio e per farsi vedere.
Itard quindi si comper una giacca nuova e fece
confezionare da Madame Gurin un completo per
Victor con tanto di camicia dal colletto rigido, panciotto
e cravatta, cos che sembrava un gentiluomo
in miniatura. Per tutta la settimana precedente
l'invito, Itard si ingegn a escogitare giochi e
stratagemmi per insegnare a Victor a inchinarsi in
presenza di una signora, con alterni risultati.
La sera del ricevimento presero una carrozza,
avendo Victor ormai perso la paura dei cavalli, tanto
che per tutto il tragitto tenne la testa fuori dal finestrino
gridando di gioia, spaventando pedoni, gendarmi
e cani, e si diressero sotto una pioggia gelida
verso Clichy-la-Garenne. All'inizio sembr che le
cose andassero bene, il bon ton parigino tutto per il
dottore e il suo protetto, l'ex selvaggio che adesso
si vestiva e si comportava come un qualsiasi ragazzo
di tredici anni, sebbene Victor non si inchinasse
a nessuno, men che meno alla padrona di casa, e
continuasse a trotterellare da un angolo all'altro del
salone, impiastricciandosi la faccia di tutti i cibi di
suo gusto che riusciva a trovare, le luccicanti uova
di pesce servite su una cialda di pane, funghi ripieni,
impanati e fritti in olio bollente, spoglie di uccellini
trapassati da uno spiedo dall'ano al becco.
Madame Rcamier gli assegn il posto d'onore
accanto a s e fece anche qualche moina a Itard cercando
di blandirlo a beneficio degli ospiti nella speranza
che magari, come il domatore di un circo, riuscisse
a convincere Victor a esibirsi in questo o quel
giochetto. Ma Victor non si esib in nessun giochetto.
Victor non conosceva nessun giochetto. Victor
era muto, incapace (o risoluto a non farlo) di pronunciare
persino il suo nome e affatto insensibile alla
leggendaria bellezza di Madame Rcamier e ai suoi
famosi occhi. Dopo un po' lei si gir verso l'ospite
seduto dall'altra parte e si mise a intrattenere l'intera
tavolata con una storia complicata sul pittore che
le aveva appena fatto un ritratto a olio, di come l'avesse
fatta restare immobile sempre nella stessa posizione
senza nemmeno consentire che un domestico
le leggesse qualcosa a voce alta nel timore che ci
le togliesse la concentrazione. Il tedio che aveva dovuto
sopportare. La sofferenza. Che bestia era quel
pittore. E poi a un suo gesto tutti alzarono gli occhi
ed ecco l, come per miracolo, l'autentico ritratto dell'ineffabile
Madame Rcamier, sdraiata, due provocanti
piedini nudi e il viso atteggiato a un'espressione
dignitosa ma seducente, in mostra sulla parete dietro
di loro. Itard era in estasi. E stava per dire qualcosa,
cercando le parole giuste, qualcosa di galante
e memorabile che si elevasse sopra le chiacchiere
compiaciute degli altri commensali, quando uno
schianto, come di una preziosissima statuina caduta
a terra, ammutol la tavolata.
Il suono proveniva dal giardino ed era stato seguito
subito dopo da un secondo schianto. Itard
guard Madame Rcamier, che guard il posto vuoto
accanto a s proprio mentre uno dei notabili seduto
in fondo urlava: Guardate, il Selvaggio... sta
scappando! Un istante dopo l'intera comitiva era
in subbuglio, gli uomini balzati in piedi si lanciavano
verso la porta per inseguirlo, le signore si accalcavano
alle finestre sventolandosi energicamente
per non svenire per tutta quell'eccitazione, i domestici
si aggiravano senza saper che fare attorno
ai posti vuoti e la padrona di casa cercava anche lei
di far finta che tutto ci fosse parte dell'intrattenimento
della serata. Itard, mortificato, spinse indietro
la sedia confuso, il tovagliolo stretto nella mano
come una sagola di salvataggio. Era impietrito.
Non sapeva cosa fare.
Quando Itard riprese il controllo di s, Victor
stava zigzagando avanti e indietro per il prato, inseguito
da una dozzina di uomini con la parrucca,
le camicie di pizzo e le scarpette con la fibbia. Il
peggio era che il bambino si stava togliendo gli abiti
di dosso, lanciando la giacca dietro le spalle, strappandosi
la camicia dal petto e sfilandosi scarpe e
calze senza smettere di correre. In un lampo, nonostante
i bagni caldi, i massaggi e la stimolazione
sensoriale, era completamente nudo come il giorno
che era uscito dai boschi per entrare nella vita
del mondo, e nudo si arrampicava sul tronco di uno
dei platani di Madame Rcamier come una scimmia
arboricola. Itard si mosse verso la porta come
in trance, le grida di importanti cittadini, fra cui
l'augusto generale Jean Moreau, Jean-Baptiste
Bernadotte, futuro re di Svezia e Norvegia, e lo stesso
anziano Monsieur Rcamier, che gli risuonavano
nelle orecchie. Sotto gli occhi dell'intera combriccola,
si mise ai piedi dell'albero supplicando Victor
di scendere, finch da ultimo dovette togliersi la
giacca e accingersi alla scalata.
L'umiliazione di quella serata bruci a lungo a
Itard, e per quanto non volesse ammetterlo, ne influenz
l'atteggiamento nei confronti del suo allievo
per le successive settimane e mesi di insegnamento.
Itard dette un giro di vite. Non lasciava pi
che Victor la passasse liscia con le bizze che troppo
spesso mettevano fine alle lezioni, non tollerava
pi alcuna deviazione dal comportamento civile, il
che per essere precisi significava che da quel momento
in poi Victor avrebbe sempre, senza eccezione,
tenuto i vestiti addosso. E di arrampicarsi sugli
alberi non se ne parlava pi, come pure di uscite
in societ. La societ poteva attendere.
In quella fase dell'educazione di Victor, in aggiunta
ai costanti esercizi con le vocali, Itard cominci
ad applicare il metodo che Sicard aveva impiegato
per insegnare ai suoi sordomuti a leggere,
scrivere e parlare. Per iniziare, cerc di far associare
a Victor oggetti quotidiani (una scarpa, un
martello, un cucchiaio) a semplici disegni al tratto,
con l'idea che quando poi Victor fosse arrivato
a padroneggiare le figure, a quel punto si sarebbe
potuto sostituire ai disegni i simboli che li
rappresentavano nel linguaggio, le parole. Itard dispose
parecchi di quegli oggetti sul tavolo della
stanza di Victor, inclusa la chiave della dispensa di
Madame Gurin, da cui Victor era particolarmente
affascinato, e quindi attacc i disegni alla parete
di fronte. Quando per esempio indicava la chiave,
o il martello, faceva capire a Victor che era quellol'oggetto che voleva. Purtroppo, Victor non era
in grado di fare il collegamento, ma Itard non demordeva,
perfezionando i disegni e continuando
a esercitare il ragazzo, scandendo intanto la parola
giusta: La cl, Victor, portami la cl. A volte
Victor portava effettivamente l'oggetto giusto, ma
molto pi spesso, nonostante migliaia di tentativi,
portava il martello quando gli si chiedeva la chiave
o la scarpa quando il maestro gli aveva chiesto
il cucchiaio.
A Itard venne allora l'idea di far associare manualmente
al suo allievo gli oggetti ai disegni, un
compito sicuramente meno difficile. Cominci col
disporre ciascun articolo su un gancio sotto il disegno
corrispondente. Lui e il ragazzo si sedevano sul
letto nella stanza di Victor e studiavano la sistemazione,
chiave, martello, cucchiaio, scarpa, per dare
tempo a Victor di associare ogni oggetto al disegno
sopra di esso, dopo di che lui si alzava, raccoglieva
gli oggetti e li porgeva a Victor perch li appendesse
di nuovo. Per un bel pezzo, Victor si limitava a
guardarli, lo sguardo vacuo e calmo, poi si alzava in
piedi e rimetteva gli oggetti nel giusto ordine. Riusc
a farlo pi volte, senza esitazioni, ma quando
Itard cambi la sequenza dei disegni, Victor continu
a disporre gli oggetti secondo l'ordine originale:
si affidava unicamente alla memoria spaziale.
Itard lo correggeva instancabilmente, e altrettanto
instancabilmente, a prescindere dall'ordine in cui
disponeva gli oggetti, Victor rimetteva le cose dove
si trovavano originariamente, sempre affidandosi alla
memoria. Bene, si disse Itard, rendiamo il compito
pi complicato. Port il numero degli oggetti
a dodici, poi a quindici, diciotto, venti, in modo
che Victor non potesse pi ricordare l'ordine in cui
erano disposti. Finalmente, dopo settimane di esercizi,
disciplina, suppliche, insistenze, Itard ebbe la
soddisfazione (anzi, il piacere, la gioia) di vedere il
suo allievo accostare correttamente disegni e oggetti
e da ultimo padroneggiare il compito assegnatogli.
Poi fu la volta delle parole. Itard torn ai quattro
oggetti originari, li appese ai loro ganci, stamp
i rispettivi significanti a chiare lettere maiuscole (LA
CL, LE MARTEAU, LA CUILLER, LE SOULIER) e tolse i
disegni. Niente. Esattamente come prima: Victor
non faceva nessun collegamento fra quelli che dovevano
sembrargli dei segni a casaccio e gli oggetti
concreti sui ganci. Riusciva solo a sistemare gli articoli
a memoria e nulla, indipendentemente dalla
quantit di impegno, dal numero di ripetizioni, sembrava
illuminarlo. Non succedeva niente. Perplesso,
and da Sicard.
Il ragazzo ha una tara congenita, disse l'abb,
seduto dietro la grande scrivania di mogano mentre
accarezzava uno dei gatti che vagavano per i terreni
dell'istituto. Mi spiace dirlo, ma  un idiota,
e non perch  stato abbandonato, ma un vero idiota,
un cretino, ed  stata l'idiozia la causa del suo
abbandono.
Non  un idiota, posso testimoniarlo. Sta facendo
progressi. Lo vedo nei suoi occhi.
Gi, e immaginiamoci i genitori, contadini
ignoranti, una sfilza di figli urlanti e sporchi attaccati
alle gonne e poco o niente in pentola, e poi arriva
questo bambino, questo Victor, come lo chiamate
voi, che non  capace di parlare o di rispondere
normalmente. Chiaro che l'abbiano abbandonato.
Sono cose tristi della vita, che ho visto molte
volte con i miei sordomuti.
Con tutto il rispetto, abb, non  idiota. E io
lo dimostrer. Datemi tempo.
Sicard si chin per far scendere il gatto, un animale
viziato e grasso fratello o zio o forse addirittura
padre (nessuno se lo ricordava) di quello quasi
identico che Madame Gurin teneva nei suoi appartamenti.
Quando si raddrizz, fiss Itard negli
occhi e comment, a voce bassa: Come avete fatto
da Madame Rcamier, immagino.
Be', io... Era un colpo basso, a cui Itard non
era preparato.  stato spiacevole, lo ammetto,
ma..."
Spiacevole? L'abb congiunse le mani davanti
a s. Il ragazzo  un motivo di imbarazzo, per voi,
per me, per l'istituto e per tutto ci che vi abbiamo
realizzato. Anzi, peggio:  un affronto. Ridusse la
voce a un bisbiglio: Lasciate perdere, Itard. Lasciate
perdere finch potete, vi distrugger, non ve
ne rendete conto?.
Ma Itard non lasci perdere. Abbandon invece
il metodo di Sicard e ritorn agli inizi. A suo modo
di vedere, il problema di Victor era di tipo percettivo
e andava oltre, molto oltre quello dei sordomuti
dell'istituto, le cui capacit visive si erano
affinate compensando la disabilit, cosicch per loro
la cosa e la sua rappresentazione simbolica erano
di immediata evidenza. Non avevano grosse difficolt
a cogliere le piccole differenze fra una lettera
e l'altra, a distinguere una p da una h, una l da
una t, e una volta imparato il sistema erano in grado
di comprenderne tutte le varianti. Victor invece
semplicemente non vedeva le lettere delle parole
perch non sapeva distinguere forme elementari.
E cos, Itard ebbe l'idea di insegnare a Victor a
riconoscere le figure di base, triangoli di cartoncino,
cerchi, quadrati, parallelogrammi, e a trovare la
corrispondenza con gli spazi da cui erano state ritagliate.
All'inizio, Victor prese il nuovo regime come
una specie di gioco, e riusciva agevolmente a rimettere
le forme nei buchi, poi per Itard, reso euforico
dai progressi del ragazzo, aument sempre pi
la difficolt degli esercizi, variando le forme, i colori
e le sequenze finch a un certo punto, prevedibilmente,
Victor si ribell.
Immaginiamocelo. Immaginiamoci il bambino
selvaggio nel suo completino con il suo nuovo nome
e gusto per le comodit di recente acquisito, con
la figura materna ormai rappresentata da Madame
Gurin a confortarlo e coccolarlo e quel padre esigente,
Itard, che riempiva ogni minuto delle sue
giornate di compiti impossibili, frustranti, come in
una fiaba dei fratelli Grimm; non c'era da stupirsi
che crollasse, che il suo spirito iniziale, il suo spirito
selvaggio, tornasse ad affermarsi. Lui voleva solo scorrazzare in un posto incontaminato, dormire
al sole, posare la testa in grembo a Madame Gurin
e starsene a tavola a mangiare fino a scoppiare,
e invece ogni volta che alzava gli occhi c'era Itard,
il severo sorvegliante con il suo sguardo inflessibile
e l'espressione di biasimo. E poi, peggio ancora,
il suo corpo stava andando incontro a un cambiamento,
il flusso ormonale della pubert, peli ispidi
che gli spuntavano sotto le braccia e fra le gambe,
i testicoli che scendevano, il cosino che si induriva
di sua iniziativa, mattina e sera. Era confuso. Ansioso.
Arrabbiato.
Il disastro arriv in un bel pomeriggio di primavera,
tutta Parigi profumata di lill e gigli, la brezza
dal Sud delicata e calda come una mano sulla
guancia, il laghetto sui terreni dell'istituto che generava
spontaneamente anatroccoli, intere flottiglie,
e i sordomuti che si rotolavano sui prati, lanciando
grida acute e nitriti con quelle loro voci acute,
strozzate e innaturali. Itard aveva preparato una
configurazione di forme e sagome ritagliate particolarmente
complicata, fogli fissati alle pareti e figure
tridimensionali sparse sul tavolo, e vedeva che
Victor cominciava a dar segni di frustrazione. Anche
lui si sentiva frustrato: quella mattina, come le
altre cento che l'avevano preceduta, offriva alla speranza
progressi talmente minimi da far pensare che
si sarebbero congiunti i ghiacciai di Alpi e Pirenei
prima che Victor imparasse a svolgere un compito
che qualsiasi bambino di quattro anni avrebbe appreso
in un minuto.
Le forme non si combinavano. Victor rinunci,
si butt sul letto imbronciato. Itard lo prese per il
polso e lo costrinse ad alzarsi per applicarsi al problema,
come faceva da tutta la mattina, e ormai la
morsa ferrea delle sue dita nella carne tenera del
braccio del ragazzo era divenuta per entrambi normale
come il respiro. Ma questa volta Victor ne aveva
avuto abbastanza. Con una violenza che sorprese
entrambi, liber il braccio con uno strattone e
per un attimo parve sul punto di aggredire il maestro,
i denti scoperti, i pugni rabbiosi alzati, poi si
gir verso gli odiati oggetti, le sfere, le piramidi e le
figure geometriche piane, e le fece a pezzi. Corse
per la stanza, schivando il maestro con quell'agilit
animale che non aveva ancora perso nonostante stesse
mettendo su peso, facendo volare i frammenti
dalla finestra aperta, poi balz verso il camino e lanci
in aria la cenere, lacer le lenzuola del letto con
i denti, mentre Itard cercava di placcarlo. Alla fine,
ululando con quella nuova voce opprimente che pareva
il richiamo di un avvoltoio, Victor si butt a
terra e fu preso da convulsioni.
Le convulsioni erano autentiche (gli occhi rovesciati
all'indietro, i denti digrignati, la lingua arrossata
di sangue), ma provocate ad arte e Itard, che
aveva visto quella scena innumerevoli volte in passato,
perse il controllo. In un lampo fu addosso al
ragazzo, lo sollev di peso dal pavimento e lo trascin
verso la finestra aperta: terapia d'urto, ecco
quello che ci voleva, una forza pi grande di lui, implacabile,
irresistibile, un unico atto di violenza che
lo domasse per sempre. Ed eccolo l, a portata di
mano. Agguantandolo per le caviglie, Itard mise il
ragazzo fuori dalla finestra aperta tenendolo sospeso,
cinque altissimi piani sopra il suolo. Victor
era rigido come un'asse, le convulsioni scomparse
nel terrore del momento. Che cosa avr pensato il
ragazzo? Che dopo tutta quella gentilezza e quelle
blandizie, il cibo, il calduccio e il tetto sopra la testa,
i suoi carcerieri (e quell'uomo, quell'uomo in
particolare che gli aveva sempre imposto lavori strani
e inutili) mostravano il loro vero volto. Che il
maestro era in combutta con Madame Gurin, che
l'avevano ammansito per distruggerlo esattamente
come avrebbero fatto i sordomuti se avessero avuto
mano libera, e prima di loro gli spietati ragazzi
dei villaggi ai margini della foresta. Era stato tradito.
Il suolo gli correva incontro.
In quei pochi minuti, Itard non pens a quello
che provava il ragazzo. Gli tornarono alla mente
tutto il dispiacere e l'umiliazione della scena da Madame
Rcamier, le lunghe ore sprecate, le interminabili
lotte per imporre la propria volont, lo scetticismo
di Sicard, la spada di Damocle del mondo
pronto a giudicare e il fallimento in agguato dietro
l'angolo. Victor piagnucolava. Si bagn i pantaloni.
Un piccione, disturbato sul suo posatoio, emise
un verso chioccio di spavento. E poi, quando tutto
il sangue era affluito alla testa di Victor, quando il
cielo sembrava esplodere all'orizzonte richiudendosi
su di s in una palla nera e i sordomuti cominciarono
a raccogliersi da basso, indicando e gridando,
Itard rinsald la presa e tir su il ragazzo.
Non lo port sul letto. Non lo mise sulla sedia
o per terra. Lo sorresse finch Victor non riprese
l'uso dei muscoli e riusc a reggersi sulle gambe. Poi,
con fermezza e senza esitazioni, fece raccogliere al
ragazzo i pezzetti di cartoncino residui e ricominci
la lezione.
Dopo quel pomeriggio turbolento, sembr che
Victor avesse cambiato rotta. Alle lezioni recalcitrava
ancora, ma non cos spesso, e non con la stessa
violenza di prima, e bastava mostrargli la finestra
per sottometterlo completamente. Niente pi capricci
n convulsioni. Ubbidiente, le spalle curve e
il capo chino, Victor faceva quello che gli veniva
detto e si applicava, conquistando pian piano un
minimo di capacit nell'inserire le forme geometriche
negli spazi vuoti. A quel punto, Itard decise di
fare un passo avanti e tentare di insegnargli l'alfabeto
con l'aiuto del tatto e della sua aumentata capacit
di cogliere le differenze visive; per farlo, cre
una sorta di gioco da tavolo in cui c'erano ventiquattro
caselle, ognuna contrassegnata da una lettera
dell'alfabeto, e altrettante forme corrispondenti
ritagliate nel metallo. L'idea era che Victor rimuovesse
le forme di metallo dalle caselle e le ricollocasse
correttamente al loro posto, cosa che fin dall'inizio
sembr in grado di fare con relativa facilit.
Fu solo osservandolo attentamente che Itard si avvide
che Victor non aveva affatto imparato l'alfabeto,
ma si limitava a mettere da parte minuziosamente
le forme per poi riposizionarle seguendo l'ordine
inverso. E cos Itard complic il gioco, come
aveva fatto con i disegni, finch Victor non pot pi
ricordare a memoria la sequenza delle lettere ma
dovette concentrarsi sulla somiglianza delle forme.
Cosa che fin per fare. Con successo.
Questo port Victor, di l a poco, a pronunciare
ad alta voce la sua prima parola. Successe che un
pomeriggio sul tardi Madame Gurin aveva versato
una ciotola di latte per Sultan, il gatto di cui si
prendeva cura, e un bicchiere per Victor mentre
guarda caso le lettere di metallo dell'alfabeto erano
sparse sul tavolo della cucina, e Itard, sempre a caccia
di occasioni per insegnare qualcosa, si impadron
del bicchiere prima che Victor potesse prenderlo e
trafficando con le forme ritagliate compose la parola
l-a-i-t. Scandendola (Lait, lait), rimescol le
quattro lettere e le sospinse dall'altra parte del tavolo
verso Victor, che immediatamente le riordin
in tial. Bene, Victor, molto bene, mormor, rendendosi
conto del proprio errore (Victor aveva visto
la parola al contrario) e ridisponendo velocemente
le lettere. Nuovo tentativo e questa volta Victor scrisse
la parola correttamente. Lait, lait, ripeteva Itard,
e ci si mise pure Madame Gurin, davanti ai fuochi,
una cantilena, un ritornello, un panegirico di quel liquido
semplice e nutriente, indicando al contempo
le lettere sul tavolo, poi il latte nel bicchiere e poi di
nuovo le labbra e la lingua. Alla fine, faticosamente,
perch ormai aveva cominciato ad apprezzare il latte
quanto il gatto, Victor biascic la parola. Sommessamente,
con la sua strana intonazione, ma in
modo chiaro e distinto, ripet: Lait.
Itard era al settimo cielo. Ecco, finalmente, la
chiave per sbloccare la mente e la lingua del bambino.
Dopo averlo elogiato, dopo che, abbandonato
ogni ritegno, ebbe stretto Victor a s fino a fargli
scrocchiare le costole e avergli versato un secondo
e un terzo bicchiere di latte che gli lasciarono
un lucente alone bianco attorno alle labbra, Itard
corse fuori verso l'ufficio dell'abb a riferire quel
coup de foudre, e Sicard, nonostante le sue perplessit,
si astenne dai commenti. Avrebbe potuto obiettare
che anche un cretino sa pronunciare qualche
semplice parola, che a diciotto mesi i bambini sanno
gi balbettare mamma e pap, invece si limit
a dire: Congratulazioni, mon frre. Continuate
il vostro ottimo lavoro.
Quella sera e la sera dopo il dottore and a letto
contento, e contento rimase mattino e pomeriggio
fino alla cena del terzo giorno successivo al trionfo
del suo allievo, quando Victor esclam Lait
mentre Madame Gurin gli versava un bicchier d'acqua,
grid Lait! mentre lei affettava un pezzo di agnello,e Lait, lait, lait!  mentre gli metteva nel piatto
le patate, ancora roventi nella buccia.
E il dottore, ne fu sconfortato? Annichilito,
schiacciato nel pi profondo recesso dell'animo?
Ripeteva fra s continuamente le parole dell'abb
(Lasciate perdere; vi distrugger)? S, certamente,
e come avrebbe potuto non farlo? E glielo si leggeva
in faccia, nei gesti, nell'atteggiamento verso il
suo protetto e allievo, irritato solo a vederlo, con
quei polsi sottili e la testa troppo grande e la ciccia
che cominciava ad accumularsi attorno ai fianchi,
sulle guance, sul petto e sotto il mento, Victor che
associava le forme alle caselle esclamando Lait!
tutte le volte che ne azzeccava una.
Itard non seppe mai con certezza se fossero stati
il suo antagonismo e la severit dei giorni che seguirono
la delusione a provocare la prima grave crisi
del soggiorno di Victor all'istituto, ma quando al
mattino sal le cinque rampe di scale e trov il letto
del ragazzo vuoto, pens che era colpa sua. Victor
non era dai Gurin, n nell'ufficio di Sicard o
perso in fantasticherie vicino al laghetto, e una ricerca
nei dormitori dei sordomuti e nella propriet
fino alle mura di cinta si rivel infruttuosa. Ancora
una volta, il bambino selvaggio era svanito come se
fosse solo il frutto dell'immaginazione collettiva.

Capitolo 7.

Fuori al buio, oltre il cancello dell'istituto, Victor
era disorientato. C'era troppo rumore. C'erano
troppe persone. Niente aveva l'aria familiare, niente
aveva l'aria reale. Il cielo era frastagliato, irriconoscibile,
la citt un fiore di pietre scolpite sbocciato
sotto una notte primaverile senza luna, i petali
che si aprivano in mille stradine e svolte e vicoli
a fondo cieco. Qualcosa l'aveva spinto fuori dal
letto, gi dalle rampe di scale, poi gli aveva fatto attraversare
la propriet, scavalcare il cancello e uscire
per le strade, ma non riusciva a ricordarsi cos'era
stato. Qualche affronto, qualche oltraggio, la persistente
e irriducibile frustrazione di cercare di compiacere
quell'uomo dalla presa implacabile e gli occhi
ardenti, e s, anche qualcos'altro, qualcosa che
non riusciva ad afferrare perch era dentro di lui, e
pulsava al ritmo del suo sangue.
Poco prima, subito dopo cena, uno dei sordomuti
(che per era diverso da lui, una lei, una nuova
ospite arrivata quel mattino con i capelli che le
scendevano fino alla schiena, infagottata in pesanti
strati di stoffa che nascondevano le gambe e quell'altra
cosa che c'era l, quel potente mistero fisico
che lui riusciva a indovinare allo stesso modo in cui
avvertiva la presenza di un animale in una valle silenziosa
o riconosceva l'odore della nicchia nascosta
nella terra umida che gli faceva dono di una talpa
o di un tartufo) gli si era avvicinata in corridoio
e gli aveva teso la mano. Voleva offrirgli qualcosa,
un dolcetto, piccolo e appena sfornato, ma a lui
quelle cose non piacevano e lo butt a terra con un
colpo. Lei fece un gran respiro. Il suo viso cambi.
Improvvisamente lo fiss, braccia e gomiti alzati,
con le dita adunche manifestando tutta la sua furia,
e lui si ritrasse. Ma quando la ragazza si chin per
raccogliere il dolcetto, lui le arriv da dietro e le mise
le mani l, nel punto sotto il vestito dove si univano
le gambe, senza sapere quello che stava facendo
e perch.
Ma le ripercussioni non mancarono. Quella femmina
fece un salto indietro come se qualcosa l'avesse
punta e contemporaneamente si volt graffiandogli
la faccia con le unghie, e lui che non capiva
la colp a sua volta, ma quella a un tratto si mise
a fare versi da animale, un gemito sempre pi forte
che echeggi lungo tutto il corridoio finch non
apparve un uomo, la giacca di sghimbescio e il volto
atteggiato a quella che Victor ormai riconosceva
come un'espressione pericolosa; allora si rannicchi
e l'uomo lo afferr rudemente facendo la voce grossa
e brutta che rimbomb sulle pietre. Tutto quel
trambusto, quel baccano, e per che cosa? I denti
serrati, i suoni scagliati fuori uno per uno, ogni sillaba
un colpo, e perch, perch? C'era il dolore fisico
della stretta rabbiosa, come l'avrebbe sentito
qualsiasi creatura, un cane agguantato per il collare,
ma non era niente in confronto al dolore pi
profondo: quello era l'uomo che pretendeva tutto
da lui, che lo abbracciava, lo coccolava e gli dava
cose buone da mangiare quando era obbediente, e
vederlo trasformato fu uno shock. Victor si ricord
della finestra e dello stanzino in cui lo cacciavano
ogni volta che tentennava nei primi mesi della sua
formazione, e si afflosci mentre l'uomo lo trascinava
fuori dalla porta, per tutto il pavimento della
sua camera fino allo stanzino. E cos, quando fu l'ora
di andare a letto, quando i passi dell'uomo si avvicinarono
e la chiave gir nella toppa e la porta
dello stanzino venne spalancata, Victor non si riconcili
con lui, non gli tese le braccia perch lo
stringesse a s come tante altre volte, e quando scese
la notte si nascose vicino al cancello finch non
sent gli zoccoli e gli sbuffi dei cavalli e il cigolio delle
ruote e il cancello si apr e lui fu fuori.
All'inizio, nella libert della notte, si sent in uno
stato di grande eccitazione, e si allontan dalle mura
con una smania addosso, qualcosa nell'odore dell'aria,
per quanto inquinata, lo riport alla sua vita
di un tempo quando tutto era incorrotto ed equamente
diviso fra il regno del piacere e quello del dolore.
Si teneva istintivamente nell'ombra, il rumore
delle carrozze sembrava un tuono, gente ovunque,
sbucavano dalla nebbia come fantasmi, gridando,
urlando, gli zoccoli sull'acciottolato, e i cani (quanto
li odiava) che facevano chiasso nei vicoli e ringhiavano
da dietro le staccionate. Quella nuova energia, quelle
sensazioni nuove, lo spingevano avanti.
Cammin finch le scarpe non gli artigliarono i piedi
e allora se le sfil e le abbandon dietro di s in
una stradina, due scarpe di buona pelle, una davanti
all'altra come se a met di un passo se lo fosse portato
via una grande creatura alata. Cominciava a cadere
una pioggia sottile. Svolt in una via per evitare
un gruppo di uomini schiamazzanti con quelle
loro voci cavernose, basse, terribili, poi si mise a correre,
gir in un'altra via e si perse. La pioggia si infitt.
Si rannicchi sotto un cespuglio e cominci a
rabbrividire. La smania era svanita.
Quando si svegli, sulla notte era calato il silenzio,
a parte il fruscio della pioggia sugli alberi lungo
la strada e il gorgoglio nei rigagnoli. Non sapeva
dove si trovava, non sapeva chi era, e se qualcuno si
fosse chinato sotto il cespuglio e l'avesse chiamato
Victor, se in quel momento fosse apparsa Madame
Gurin col suo grembiule e il suo volto tenero e le
mani giunte e l'avesse chiamato, lui non avrebbe riconosciuto
il proprio nome. Era infreddolito, solo,
affamato. Proprio come un tempo, nei boschi di La
Bassine e sull'alto pianoro gelido di Roqueczire,
solo che adesso era diverso perch avvertiva una fame
che non era solo di cibo. Cambi posizione, cerc
di coprirsi con i vestiti bagnati meglio che poteva.
Il lato della faccia che aveva poggiato nel fango era
tutto sporco. Le piante dei piedi erano insanguinate
e coperte di graffi. Rabbrividiva cos forte che gli
facevano male le costole.
Alle prime luci del giorno, un uomo in uniforme
lo vide raggomitolato sotto il cespuglio e gli dette
un colpetto con la punta di uno stivale lucido.
Lui si trovava altrove, perso nei suoi sogni, e balz
su in preda al panico. L'uomo, il gendarme, disse
qualcosa, parole rapide, secche come un rullo di
tamburo, ma quando fece per afferrare il braccio di
Victor ci mise una frazione di secondo di troppo.
Tutto a un tratto Victor stava correndo, le pietre del
selciato che gli laceravano i piedi, e correva anche
il gendarme, finch non intervennero la pioggia e
la bruma e Victor si ritrov seduto sotto un albero
a guardare la corsa impetuosa e irregolare del fiume.
Da qualche altra parte, a nemmeno un chilometro
di distanza, Itard e i Gurin perlustravano le
strade, fermando i pedoni per chiedere di lui. Qualcuno
lo aveva visto, un ragazzo di quindici anni, il
naso affilato, il capelli corti color della terra, camicia
azzurra e giacca, il bambino selvaggio, il Selvaggio
fuggito dall'istituto per i sordomuti? Lo
guardavano senza dire niente. Lui allora si voltava
chiamando Victor, Victor! con squillante insistenza
e intanto la voce di Madame Gurin si faceva
sempre pi supplicante e cupa.
La citt si svegli e si alz. Si accendevano i camini.
Si buttava la pastella nell'olio bollente, si rompevano
le uova, i lucci venivano decapitati, la civilt
progrediva. Victor se ne stava sotto la pioggia e si
passava le mani sul corpo, sull'affare che gli si induriva
fra le gambe e il pesante rotolo di ciccia attorno
alla vita, un miracolo, poi si tir su e segu il
suo naso dall'altra parte della strada dove una porta
si apriva su un cortile fragrante del profumo di
carne in pentola. La pioggia era pi rada l dentro,
catturata e trattenuta dai cornicioni. Sotto i piedi
sentiva il selciato. Vedeva una donna muoversi dietro
una finestra socchiusa per far entrare l'aria, si
avvicin alla finestra e rest l a guardare lei che sorvegliava
la carne, il tegame e l'odore che ne usciva
per lui. Ci volle un po' prima che lo vedesse, il volto
sporco di fango, il capelli che pendevano bagnati,
gli occhi neri fissi sulle sue mani che parlavano al
tegame sul fornello, sulle lingue di fuoco e il ritmo
del forchettone a due punte. Vide che diceva qualcosa,
il volto acceso dalla rabbia, la voce come un
ringhio e un attimo dopo scomparve per riapparire
su una porta che lui non aveva notato. Altre parole
scagliate nella pioggia, e c'era anche un cane,
tutto denti e unghie che raspavano, e Victor si ritrov
un'altra volta a correre.
Ma quattro zampe corrono pi svelte di due ed
era appena arrivato alla strada che le mandibole della
bestia si chiusero su di lui, nel punto in cui la natica
si assottiglia nel lungo muscolo della coscia. La
bestia non mollava, inveendo nel suo idioma, e lui
sapeva che doveva restare in piedi, sapeva che doveva
difendersi avvantaggiandosi della sua altezza
senza cedere e cadere sotto i suoi denti. Scattavano
avanti e indietro, la bestia lasciava la presa solo per
azzannare di nuovo, e poi ancora, il sangue che luccicava
sulla palla nera del suo muso e lui che martellava
di pugni l'incudine della testa finch non gli
scatt qualcosa dentro e fece intervenire anche i
suoi di denti, che si chiusero sull'orecchio dell'animale.
A quel punto il ringhio divent un guaito, una
protesta acuta, stridula, sbigottita che non era affatto
un verso domestico, ma lui tenne duro contro
quell'incudine che si dimenava furiosamente e alla
fine l'orecchio era l fra i suoi denti e il cane non
c'era pi. Sentiva in bocca il pelo, la pelle, il sangue.
La gente lo guardava. Arriv di corsa un uomo.
Qualcuno chiam Dio a testimone, una frase
piuttosto comune, ma Victor non sapeva niente di
Dio e nemmeno di testimoni. Per la prima volta dopo
un lungo tempo dimenticato, masticava senza
pensare ad altro che quello, e stava ancora masticando
quando gir sui tacchi e si allontan sulla
strada con i pantaloni strappati e il sangue caldo
dietro la coscia.
Non pensava a niente. Non pensava a Madame
Gurin o alla dispensa del cibo o a Itard o alla femmina
che gli aveva offerto il dolcetto nel tetro corridoio
familiare fuori dalla porta della sua stanza, e
non pensava alla stanza n al fuoco o al suo letto.
Mentre camminava sentiva il dolore ai piedi e quel
nuovo bruciore alla coscia, zoppicava e si trascinava
tenendosi pi accosto possibile ai muri. Tutto ci
che c'era stato prima di quel momento era cancellato.
Continuava a girare intorno allo stesso isolato,
senza posa, la testa china, le spalle curve, in cerca
di nulla.
Itard era immerso in un sonno profondo e spossato
quando uno dei sordomuti che aveva mandato
fuori a perlustrare il vicinato arriv con in mano
un paio di scarpe tutte graffiate. Il ragazzo (aveva
la stessa et di Victor, magro, occhi chiari, i capelli
tagliati troppo corti dall'inetto barbiere dell'istituto)
si esprimeva fluentemente nel linguaggio
gestuale dei sordomuti e riusc a spiegare a Itard
dove aveva trovato le scarpe, a portarvelo e anche
a mostrargli da che parte erano rivolte. Itard era
affranto. Era sfinito. Le scarpe (se le rigir fra le
mani) erano consumate irregolarmente nella parte
interna, dove il passo sbilenco, zampettante di Victor
sformava la pelle. Non c'erano dubbi. Quelle
scarpe, quei manufatti, gli erano familiari quanto i
suoi stivali.
Pioveva e l'acciottolato luccicava come se fosse
stato tirato a cera. I piccioni si accalcavano sui davanzali
o sotto le grondaie. Itard si chin a toccare
il punto che gli aveva indicato il ragazzo e poi spost
lo sguardo sul vicolo umido verso il punto in
lontananza dove sembrava che le pareti si toccassero.
Tutto a un tratto ebbe paura. L'esperimento
era finito. Victor se n'era andato per sempre.
Alzandosi in piedi e correndo gi per il vicolo,
il sordomuto al suo fianco, immagin Victor muoversi
rapido per la citt, guidato dall'olfatto e dall'udito,
liberandosi dai vestiti come da un giogo,
avanzando lungo le rive della Senna fin dove i campi
si aprivano tutto attorno e gli alberi si infittivano
nelle gole. Non si sofferm a pensare a cosa
avrebbe mangiato il ragazzo o al fatto che ora non
era pi autonomo, che l'abbondanza e i lussi l'avevano
appesantito, ma pensava soltanto agli occhi e
ai denti di Victor, a lui che si chinava ad agguantare
una rana o una lumaca per schiacciarla fra le mascelle,
s, e quanto le interminabili ore di esercitazioni
a combinare forme e lettere e ad articolare vocali
in fondo alla laringe lo avevano preparato a tutto
ci? Per niente. La vita era niente. Lui, Itard, a
dispetto dell'elevata concezione di s, della sua forza
e della sua volont ferrea, era un fallito.
Un attimo dopo sbucarono dal vicolo e si ritrovarono
in una via umida, tortuosa, piena di gente,
che si trascinava appresso il proprio bagaglio tenendolo
stretto a s come se ogni pagnotta o salsiccia
o blocco di paraffina fosse essenziale come la
loro stessa vita, nessuna possibilit di trovarlo l,
nessuna possibilit, e pens alla stanza di Victor,
vuota, e pur avvertendo una fitta per la perdita si
sent anche percorrere da un netto e fugace moto
di liberazione. L'esperimento era finito. Chiuso.
Esaurito. Basta con le ore interminabili, basta con
le esercitazioni, basta con le frustrazioni e la lotta
contro l'impossibile, ora poteva cominciare a vivere
il resto della propria vita. Invece no. No. Il volto
di Victor gli compariva davanti agli occhi, il mento
tremante e gli occhi sfuggenti, le spalle esili e lo
sguardo fiero quando riusciva a combinare una forma
con l'altra, e prov vergogna per se stesso. Tornando
verso l'istituto per le strade sconnesse e desolate
faceva fatica a sollevare i piedi.
Fu Madame Gurin a non arrendersi. Perlustr
le strade, i viottoli dei giardini del Lussemburgo dove
portava Victor a passeggiare, i caff e le osterie
e i vicoli dietro le botteghe del droghiere e del panettiere.
Interrogava tutti quelli che incontrava mostrando
loro uno schizzo a carboncino che aveva
fatto una sera mentre lui se ne stava sulla sedia a
dondolo vicino al fuoco a sorvegliare la cottura delle
patate, mise in allerta le figlie e sped sul lungofiume
il vecchio e claudicante Monsieur Gurin a
cercare nella corrente lenta e letale ci che non si
poteva nemmeno pensare. Finalmente, il terzo giorno
dalla sua scomparsa, una delle donne che rifornivano
la cucina dell'istituto and da lei e le disse
di averlo visto, o di aver visto un ragazzo che gli somigliava,
sull'altra riva del fiume, che faceva l'elemosina
al mercato delle Halles.
Si mise immediatamente in strada, al fianco della
donna, i piedi cos svelti che arriv al ponte senza
fiato, ma and avanti, il sangue che rombava e il
volto arrossato. La giornata era calda e afosa, le strade
piene di pozzanghere, il fiume piatto e grigio come
una pietra. Quando arrivarono al mercato era
sudata, camicetta e biancheria fradice, e a quel punto,
naturalmente, del ragazzo non c'era traccia.
L, grid improvvisamente la donna, laggi vicino
alla bancarella dei fiori, eccolo! Madame Gurin
sent un balzo al cuore. Seduto per terra sotto
un carro, un ragazzo con una massa scura di capelli
e le spalle strette come quelle di un manichino
masticava qualcosa che stringeva fra i pugni; corse
verso di lui, con il suo nome sulle labbra. Si accorse
dell'errore solo quando gli fu accanto, china su
di lui: era un ragazzo derelitto, affamato e tutto ossa,
che la fissava ostile con due occhi che non erano
quelli di Victor. Tutto a un tratto si sent le gambe
pesantissime e dovette sedersi su uno sgabello e
bere un bicchier d'acqua prima che le venisse in
mente di ringraziare la donna e riprendere la strada
dell'istituto.
Procedeva a passi lenti, senza fretta, gli occhi fissi
a terra per evitare di mettere i piedi nelle pozzanghere
e rovinarsi le scarpe, cercando mentalmente
di farsi una ragione della perdita e lottando
con il senso di desolazione (si sarebbe fatto vivo, ne
era sicura, e comunque aveva sempre le figlie, un
marito e il gatto, dopo tutto chi era lui se non un
povero bambino selvaggio che non riusciva neanche
a pronunciare due parole per salvarsi la vita?)
quando alz gli occhi per evitare un gag con un bastone
da passeggio e lo sguardo le cadde su Victor.
Era dall'altra parte della strada, in mezzo a carrozze
sferraglianti, pedoni dalle spalle rincagnate e teste
che fluttuavano, come se tutta Parigi si fosse accordata
per ostacolarla, come per sottrarglielo un'altra
volta, e quando si butt in strada per raggiungerlo
non si cur di guardare a destra e a sinistra e
ignor le imprecazioni del tizio maldestro sul carro
e gli zoccoli scalpitanti dei cavalli, perch in quel
momento niente contava, niente se non Victor.
Per un incerto momento, lui non reag. Se ne rest
fermo, addossato al muro dell'edificio che svettava
dietro di lui, il faccino spaventato e gli occhi
spersi. Lei vide quanto aveva sofferto, vide il fango
impastato sui capelli, gli abiti strappati, il sangue
sul fondo dei pantaloni. Victor! lo chiam, brusca,
arrabbiata. Che cosa stava pensando? Che cosa
faceva l? Victor! 
Fu come se quelle due sillabe fossero divenute
tangibili e dure, solidificandosi in una pietra che
piomb gi dal cielo scaraventandolo a terra. Cadde
in ginocchio singhiozzando forte. Cercava di parlare,
cercava di pronunciare il suo nome, ma non
gli usc niente. Uh-uh-uh-uh faceva, la voce rotta
dall'emozione, uh-uh-uh-uh. Si trascin per quei
pochi passi penitenziali che lo separavano da lei, le
afferr le sottane rifiutandosi di lasciarle.
Mentre in strada si svolgeva quella scena, Itard
era tornato nelle proprie stanze, a lavorare con un
ragazzo muto, funzionalmente sordo che per aveva
conservato una minima facolt uditiva. Questo
ragazzo (si chiamava Gaspard e aveva la stessa et
di Victor, biondo, ben proporzionato, dal sorriso
pronto e di indole docile) aveva fatto rapidi progressi
da quando l'anno prima era arrivato all'istituto
da un remoto villaggio della Bretagna. Ben presto
fu in grado di comunicare con i segni e impar
velocemente a padroneggiare gli esercizi pensati per
permettergli di mettere in collegamento un oggetto
con la sua rappresentazione grafica e poi l'oggetto
e la corrispondente parola scritta. Per tutto il
mese precedente Itard lo aveva addestrato ad articolare
i suoni di quelle parole con il palato, le labbra,
la lingua e i denti e il ragazzo cominciava a comporre
discrete sequenze di suoni in maniera comprensibile,
cosa che Victor non era stato capace di
fare sebbene fossero trascorsi due anni da quando
era giunto all'istituto, e Victor aveva il vantaggio di
un udito normale. Era un enigma, perch Itard si
rifiutava di pensare che Victor fosse un ritardato
mentale, aveva trascorso troppo tempo con lui, aveva
guardato troppo a fondo nei suoi occhi per poterlo
credere. Comunque, stava lavorando con
Gaspard agli esercizi e intanto pensava a Victor, a
Victor perso in giro chiss dove per la citt, alla
merc di delinquenti comuni e invertiti, quando
Monsieur Gurin buss alla porta con la notizia che
era stato ritrovato.
Itard salt su dalla scrivania, rovesciando la lampada
nell'agitazione, e se non fosse stato per la rapidit
di pensiero e di azione di Gaspard, avrebbe
rischiato di mandare a fuoco tutta la stanza. Dove?
chiese Itard. Dove si trova?
Con Madame.
Un momento dopo, con il puzzo della lampada
nelle narici e nei vestiti, Itard era al piano di sotto
nell'appartamento dei Gurin, dove trov Victor
disteso rigido nel bagno mentre Madame Gurin si
prendeva cura di lui con sapone e spugna. Victor
non lo guard. Non alz nemmeno gli occhi. Povero
bambino disse Madame Gurin, girando la
testa per salutarlo. E stato morso da qualche animale
ed era tutto sporco. Dal bagno si levava una
nuvola di vapore. Due grossi pentoloni d'acqua si
stavano scaldando sulla stufa.
Victor, ti sei comportato male, molto male disse
Itard, con un tono di voce che esprimeva tutto
ci che provava tranne il sollievo, perch doveva essere
intransigente, doveva essere come il suo stesso
padre, che non lasciava fare niente di testa sua a
un figlio. Soprattutto quello. Scappare via come se
il suo posto non fosse l, come se non fosse stato
trattato con giustizia e persino con affetto, e se il
suo posto non era l, allora dov'era? Victor!  Alz
la voce. Victor, guardami.
Nessuna risposta. Il viso, un cuneo che usciva
dalla superficie dell'acqua, seminascosto dai capelli,gli occhi fissi nel nulla.
Victor! Victor! Itard si era avvicinato chinandosi
sulla vasca e ne stringeva il bordo con entrambe
le mani. Tutto a un tratto era furioso, furioso
in modo sproporzionato rispetto a ci che aveva
provato solo un momento prima quando Monsieur
Gurin gli aveva portato la notizia. Che cos'era
cambiato? Che cosa c'era che non andava? Voleva
essere considerato, ecco tutto. Era chiedere
troppo? Victor!
Non ne era sicuro, per via dell'acqua del bagno
e dell'effetto del vapore, ma sembrava che il ragazzo
avesse gli occhi lucidi. Stava forse piangendo?
Anche lui poteva emozionarsi?
Il silenzio fu rotto dalla voce di Madame Gurin.
Per piacere, Monsieur le Docteur, non vedete
che  turbato?
Al mattino, come prima cosa, per quanto assurdo
potesse sembrare, per quanto probabilmente
fosse stato proprio il suo eccesso di zelo il primo
motivo della crisi, Itard si rimise al lavoro con Victor,
raddoppiando gli sforzi. Durante quel bagno
erano stati riaffermati alcuni principi elementari,
una conferma dell'ordine delle cose, lui il padre e
Victor il figlio, e lui era risoluto a trarne vantaggio
finch poteva. Aveva constatato l'effetto del suo metodo
e di quello di Sicard su Gaspard e su qualche
altro sordomuto, e cos ricominci a esercitare Victor
con semplici oggetti e le parole, scritte sul cartoncino,
che li rappresentavano. Inizialmente, Victor
fu incapace di fare il collegamento, proprio come
nei primi tempi, ma col passare dei mesi pian
piano si verific una specie di conversione intellettuale
che alla fine consent a Victor di impadronirsi
di una trentina di parole, non oralmente, ma in
forma scritta. Itard prendeva un cartoncino su cui
c'era scritto BOUTEILLE o LIVRE e Victor, come in un
gioco, andava alla porta, saliva le scale e immancabilmente
tornava gi con l'oggetto giusto. Era un
passo avanti. E dopo infinite ripetizioni, dopo molte
bottiglie e molti libri, fogli, penne e scarpe, cominci
anche a generalizzare, comprendendo che
la parola scritta non si riferiva esclusivamente a quell'oggetto
preciso nella sua stanza ma a un'intera categoria
di oggetti simili. Ora, pensava Itard, era
pronto per la fase finale, il salto dalla parola scritta
a quella parlata che avrebbe impegnato tutte le sue
facolt rendendolo per la prima volta in vita sua pienamente
umano.
L'anno successivo, un anno intero, con le sue
nuvole in fuga e le piogge intermittenti, le nevi e la
fioritura e il risveglio degli alberi, Itard lo addestr
come aveva addestrato Gaspard, lavorando faccia
a faccia e muovendo i muscoli cranio-facciali in tutta
la gamma delle loro possibilit espressive, mettendo
le dita nella bocca del ragazzo per manipolarne
la lingua e facendosi toccare la propria dal ragazzo
perch ne sentisse i movimenti mentre parlava.
Si esercitarono nelle vocali, spingendosi fino
alle consonanti e ai fonemi pi semplici. Si procedeva
a rilento. Vai a prendere le livre, Victor, gli
diceva Itard, e Victor restava l a fissarlo. Allora
Itard si alzava in piedi, attraversava la stanza e prendeva
in mano il libro, indicando al contempo Victor.
Dimmi, Victor. Dimmi che vuoi il libro. Il libro,
Victor. Il libro.
Intanto, ogni volta che un alito di vento muoveva
le tende, che le nuvole si chiudevano o un lampo
squarciava il cielo, Victor andava alla finestra,
incurante di ci che stavano facendo o di quanto
cruciale fosse quella fase, sordo a ogni rimostranza.
Aveva messo su peso. Si era fatto pi alto, sei
centimetri e passa. Pi forte. Aveva sempre pi un'aria
da uomo, certo, innaturalmente basso, i lineamenti
ancora indefiniti da ragazzo, ma nonostante
tutto quasi un uomo. Sotto le braccia e nella zona
attorno al pube era apparso un accenno di peli e
anche una leggera traccia impalpabile di baffi sul
labbro superiore. In quel periodo si distraeva pi
facilmente e a volte si imbambolava, mormorando,
dondolandosi, proprio come quando era appena
uscito dai boschi. Sembrava anche sempre pi inquieto,
e via via che il suo corpo cambiava, divenne
sempre pi un problema in giro per la propriet.
Oltre all'episodio con la ragazzina sordomuta,
vi furono altri motivi di preoccupazione. Sebbene
Itard non potesse credere che Victor avrebbe fatto
seriamente male a qualcuno, maschio o femmina, il
ragazzo valicava cos spesso i confini della decenza
che Sicard cominci a pensare che avesse un'influenza
immorale sugli altri ragazzi, e a ragione. Victor
aveva pi o meno lo stesso senso del pudore come
se una lepre artica o una scimmia africana abitassero
il suo corpo, e quando gli veniva il ghiribizzo
tirava fuori il fallo e si masturbava senza badare
alla situazione o alla compagnia (anche se grazie
al cielo fino a quel momento di tutto ci l'abb
era rimasto all'oscuro). Si strusciava sconvenientemente
addosso alle persone, maschi o femmine che
fossero. Sempre pi spesso, al risveglio faceva a meno
dei pantaloni e talvolta anche degli indumenti
intimi. Nessuna misura disciplinare o punizione
sembrava in grado di fargli provare pudore o anche
decoro.
Una volta, alla presenza delle tre figlie di Madame
Gurin e di tutti loro (i Gurin e Itard) durante
un picnic nei giardini dell'Osservatorio al Lussemburgo,
Victor fece goffe avances amorose a Julie,
la sua preferita delle tre. Era abituato a vedere
Julie, che andava spesso a far visita alla madre (  Lee,
Lee!  gridava quando lei entrava nella stanza) e che
sembrava provare una sincera simpatia per lui, non
solo per affetto verso la madre, ma perch era una
persona compassionevole e di buon cuore. Quel
giorno tuttavia avevano appena steso la tovaglia e
aperto il cestino che Victor arraff i panini facendo
la parte del leone e corse via a nascondersi in un
boschetto. Era il suo solito comportamento (nonostante
tutti gli insegnamenti e l'opera di umanizzazione
aveva poca considerazione per chicchessia, a
parte se stesso), ma stavolta ci fu una novit. Qualche
attimo dopo si avvicin di soppiatto al gruppo,
la faccia sporca di pt di pesce e maionese, e cominci
ad accarezzare i capelli prima di una sorella,
poi dell'altra, le dita visibilmente tremule mentre
li toccava; poi pos la testa in grembo a ciascuna
di loro, una dopo l'altra, e infine si alz e ne afferr
una per la nuca con una presa ferma e tuttavia
delicata. Visto che tutti lo ignoravano, assunse
un'aria offesa e si allontan imbarazzato. L'ultima
fu Julie, pi tollerante rispetto alle sorelle. Si ripet
la stessa scena, ma poi, con un guizzo di cui Itard
non lo credeva capace, il ragazzo afferr Julie per
la mano, la fece alzare in piedi e la port nell'erba
verso il boschetto dove aveva nascosto i panini.
Le sorelle si scambiarono uno sguardo e fecero
un commento allusivo per quanto era loro possibile
in presenza dei genitori, e Madame Gurin proruppe
in una risatina imbarazzata, mentre il marito,
stoico, anziano, il suo considerevole naso arrossato
dal sole, dedicava tutte le attenzioni al panino davanti
a s. Il nostro Selvaggio si  civilizzato sotto
l'incantesimo del fascino femminile, eh?  comment
Itard. E chi se la sentirebbe di dargli torto? Tutti
gli occhi tranne quelli di Monsieur Gurin erano fissi
sul boschetto e il movimento che il sole illuminava
distintamente. Incuriosito e con un sopracciglio
alzato per dimostrare alla comitiva che era divertito
e nient'affatto preoccupato, anche se ovviamente
lo era conoscendo il rudimentale concetto di propriet
di Victor, Itard si alz per indagare.
Victor, il viso esangue e sobrio, strizzava delicatamente
le ginocchia di Julie come se fossero cera
molle a cui cercava di dare una forma diversa, e
nello stesso tempo continuava a gesticolare verso la
sua provvista di panini. I panini, quattro o cinque,
tutti vistosamente segnati dai suoi morsi, erano adagiati
su un letto di foglie appena raccolte. Julie faceva
del proprio meglio per sembrare ammirata,
sebbene fosse semplicemente a disagio, e dopo aver
lasciato che Victor le accarezzasse i capelli e le modellasse
le ginocchia per qualche minuto, fece un
sorriso radioso e disse: Basta cos, Victor. Ora voglio
tornare da Maman.
Il volto di Victor prese un'espressione affranta
mentre Julie si alzava in piedi in un fragrante vorticare
di gonne accingendosi a tornare dagli altri.
Lee!  grid accorato, battendo una mano sull'avvallamento
nell'erba dove era seduta fino a poco
prima, Lee, Lee! . Poi, quasi disperato, le porse i
resti di un panino mezzo mangiato come somma
manifestazione del proprio amore.
Itard ne fu commosso, ovviamente: era fin troppo
umano. Non riusciva per a capire come insegnare
al suo allievo la morale o il decoro visto che
non riusciva a fargli entrare in testa le parole: Victor
non era in grado di formulare i propri desideri,
figurarsi di esprimerli, e le esercitazioni quotidiane
sembravano solo allontanarlo ulteriormente dall'obiettivo.
Trascorsero sei mesi, poi un altro anno.
Victor cominciava a irritarsi per le modalit del regime
che ricordavano i primi tempi, e nonostante
tutto il lavoro sui muscoli facciali e sulla lingua e i
ripetuti esercizi sulle stesse parole, Victor proprio
non ce la faceva a pronunciarle. Lo stesso Itard, un
uomo con la pazienza degli di, arriv a paventare
le loro sedute, finch da ultimo, con riluttanza, dovette
affrontare la verit: Victor stava regredendo.
Gaspard era arrivato e se ne era andato a lavorare
come apprendista calzolaio, capace di leggere, scrivere
e parlare abbastanza correntemente, e altri presero
il suo posto, imparando, migliorando e progredendo.
Sicard si stava facendo impaziente, come
pure il ministro degli Interni, che aveva autorizzato
i fondi per l'assistenza a Victor e si aspettava
un qualche risultato tangibile in cambio dell'investimento
pubblico. Ma c'era un blocco, un impedimento
che Victor non sembrava proprio in grado
di superare, e suo malgrado Itard fu costretto
ad ammettere che era il risultato irrimediabile di
quegli anni di isolamento, di quegli anni di disumanit
e di peregrinazioni senza una voce umana
che gli parlasse. Cominci a perdere le speranze.
Poi arriv un giorno, un bel giorno di primavera
con un profumo di rinnovamento nell'aria tiepida
che spirava da sud, in cui Sicard si present alla
porta delle stanze del medico. Itard, che stava
aspettando uno studente e aveva lasciato la porta
socchiusa, alz la testa stupito: mai, da quando lavorava
all'istituto, l'abb era andato a trovarlo nel
suo appartamento, e ora eccolo l, avvolto nella sua
tonaca, i tratti del volto tesi attorno alla piega di disapprovazione
della bocca. Problemi in vista, nessun
dubbio.
Il Selvaggio inve Sicard, ed era cos agitato
che quasi non riusciva a pronunciare le parole.
Itard si alz allarmato dalla scrivania e prese la
caraffa dell'acqua e il bicchiere accanto a essa.
Abb, disse, cominciando a versarla, posso offrirvi
un bicchiere d'acqua? Volete...?
Sicard nel frattempo era entrato nella stanza,
strofinandosi le mani, la tonaca in gran sommovimento.
Quell'animale. Quel... Dio mi aiuti, ma 
incurabile. Quell'idiota. Quel profanatore di s,
quel, quel...
Itard gli rivolse uno sguardo mesto. Che cos'ha
fatto?
Che cos'ha fatto? Si  esibito completamente
nudo davanti alle ragazze e anche a suor Jean-Baptiste.
E, e si manipolava come uno degli idioti di Bictre,
che  il posto giusto per lui. Quello o il carcere.
Dette uno sguardo truce a Itard. Il respiro, il
sibilo dell'aria nelle narici, era cavernoso. Gli occhi
sembravano sul punto di sciogliersi.
Ma non possiamo abbandonarlo.
Non gli consentir di corrompere questa istituzione,
di contaminare le menti innocenti di questi
fanciulli, i nostri reparti, dottore, i nostri reparti.
Ma soprattutto, che succede se si abbandona ai
suoi impulsi? Che facciamo allora?
Dalla finestra aperta entravano le grida dei bambini
intenti al gioco, il suono di una palla colpita e
di corpi che si scontravano. Risate. Strilli. Ragazzi
che giocavano, tutto qui. Nient'altro che il suono
di bambini che giocavano, eppure lo deprimeva.
Victor non giocava. Victor non aveva mai giocato.
E ormai non era pi un bambino.
Itard aveva provato di tutto, a eliminare la carne
dalla dieta del ragazzo, insieme a qualunque altro
alimento che potesse contribuire a un'eccitazione
innaturale, sottoponendolo di nuovo a lunghi
bagni nella speranza di calmarlo e, quando era
pi agitato, salassandolo fino a che la tensione non
si allentava. Soltanto i salassi sembravano funzionare,
e anche quelli per qualche ora appena. Tutto
a un tratto vide mentalmente la faccia di Victor levarsi
davanti a lui, come una pallida falce in un angolo
della sua stanza dove il ragazzo se ne stava a
dondolarsi sui talloni e a menarselo, vide il luccichio
degli occhi che riportavano il mondo intero a
quel buco primordiale da dove milioni di anni addietro
era uscito il primo uomo civile. Lui non 
cos disse fiaccamente.
 incurabile. Ineducabile. Bisogna mandarlo via.
C'era una soluzione a cui Itard aveva pensato,
ma non era cosa che potesse discutere con nessuno,
di sicuro non con l'abb o con Madame Gurin. Se
Victor era capace di espressione carnale, di provare
l'abbandono di cui ha bisogno qualunque uomo
sano se non vuole impazzire, allora forse c'era ancora
qualche speranza, perch quella sua regressione,
quell'incapacit di concentrarsi e di assimilare i
suoi insegnamenti, di parlare come un essere umano,
poteva essere in qualche modo legata alle sue
esigenze naturali. Itard pens di assoldare una prostituta.
Per mesi aveva combattuto con quell'idea,
ma adesso si rendeva conto che non poteva pi farlo;
un conto era salvare un bambino dalla vita selvaggia,
trattenerlo per studiarlo come un esemplare,
istruirne i sensi e la mente; tutt'altro era giocare
a fare Dio. Nessun uomo aveva il diritto di farlo.
Non possiamo insistette.  sotto la tutela dellostato.  affidato alla nostra responsabilit. L'abbiamo
tolto ai boschi e l'abbiamo civilizzato, e non
possiamo arrenderci e rispedirlo indietro...
Civilizzato?  Sicard aveva i piedi divaricati, come
se si preparasse a sostenere un corpo a corpo.
Aveva rifiutato la sedia, l'acqua. Voleva una cosa e
soltanto quella. Non c' bisogno che aggiungiate
altro. 
E il ministro degli Interni? Il rapporto che gli
devo fare?
Il vostro rapporto dir che avete fallito. La
sua espressione si ammorbid. Ma non per mancanza
di sforzi. Apprezzo le energie che avete profuso,
tutti noi lo apprezziamo... Ma io ve lo dissi
tanti anni fa e ve lo dico ora: lasciate perdere. E un
idiota. E laido. Un animale. Merita solo di essere
rinchiuso. Prese in mano il bicchiere d'acqua come
per accertarsi della limpidezza, poi lo rimise gi.
Anzi: bisognerebbe castrarlo.
Castrarlo?
Come un cane. O un toro.
E vogliamo mettergli anche un anello al naso? 
L'abb rest in silenzio a lungo. L'aria fuori ghermiva
le tende e le arruffava. Una lama di luce, color
del burro, cadde sul pavimento ai suoi piedi. Alla
fine, alzando la voce per farsi sentire sopra le grida
dei bambini, si schiar la voce e disse: E perch
no. Davvero, perch no.

Capitolo 8.

Il rapporto, il rapporto finale che Itard prepar
per il ministro degli Interni, fu un tormento, una
sorta di crocifissione dell'anima che gli faceva venir
da piangere ogni volta che il calamo toccava la pagina.
Significava ammettere che aveva buttato via
cinque anni della sua vita, e di quella di Victor, a tentare
l'impossibile, e che a dispetto di tutta la sua sicumera
e le sue certezze, delle reiterate assicurazioni
che cos non fosse, aveva fallito. Alla fine si era
convinto che in Victor i fattori limitanti dell'abbandono
fossero insormontabili e che, come ripeteva
Sicard, fosse ineducabile. Nell'interesse della scienza
e in misura ridotta per giustificare i propri sforzi,
Itard enumerava questi fattori per i documenti
ufficiali: (1) Non essendo in grado di ascoltare i discorsi
altrui n di imparare a parlare, l'istruzione 
e rimarr incompleta; (2) I suoi progressi intellettuali non raggiungeranno mai quelli dei bambini allevati
normalmente nella societ; (3) Il suo sviluppo
emotivo  bloccato da un profondo egotismo e dall'impossibilit
di incanalare i suoi nascenti impulsi
sessuali verso obiettivi soddisfacenti.
Mentre scriveva, la penna si trascinava sulla pagina
come se fosse di piombo, ogni momento di speranza
legata a Victor (i rapidi progressi del ragazzo
in quei primi mesi, la sua prima parola, l'attribuzione
del nome, il balzo compiuto riconoscendo le
parole scritte) gli si paravano davanti per poi svaporare
nella disperazione. Gli ci vollero parecchi
giorni e svariati bricchi di caff prima di cominciare
a capire che pur nel fallimento c'era stato almeno
un silenzioso successo. Victor non poteva essere
paragonato agli altri ragazzi, si diceva, ma soltanto
a se stesso: quando era uscito dai boschi era
un essere non pi senziente di una pianta, e differiva
dallo stato vegetativo solo in quanto era in grado
di muoversi e di emettere suoni. Allora era il Selvaggio
dell'Aveyron, un uomo-animale, e adesso era
Victor, un giovane uomo che a dispetto dei suoi limiti
aveva imparato a rendersi utile alla societ, o
almeno alla societ dei suoi guardiani, Monsieur e
Madame Gurin, per i quali adesso era non soltanto
in grado ma anche desideroso di svolgere lavori
domestici come tagliare la legna per il fuoco e apparecchiare
la tavola per pranzo e cena, e nel corso
della sua educazione aveva sviluppato un certo
grado di sensibilit morale.
Un certo grado. Non aveva il senso del pudore,
ma d'altra parte non ce l'avevano nemmeno Adamo
ed va prima dell'arrivo del serpente nell'Eden,
e come lo si poteva biasimare per questo? Forse le
lezioni pi penose erano quelle pensate per indurlo a vincere se stesso, a capire che anche le altre persone
avevano bisogni ed emozioni, a provare la piet
e il suo corollario, la compassione. Fin dall'inizio,
quando Victor era abituato a rubare il cibo e portarselo
nella sua stanza, Itard aveva cercato di insegnargli
la Regola Aurea nel modo pi diretto che
aveva saputo immaginare: ogni volta che Victor
sgraffignava qualche boccone prelibato dal piatto
di Itard o del vecchio Monsieur Gurin, Itard aspettava
che gli si presentasse l'opportunit e rubacchiava
a sua volta qualcosa a Victor, arrivando al
punto di intrufolarsi nella sua camera quando era
assente per saccheggiare le sue scorte di patate, mele
e croste di pane semi-mangiate. All'inizio Victor
reagiva violentemente. Nell'attimo in cui rivolgeva
la propria attenzione al piatto e si accorgeva che le
pommes frites o le fave erano scomparse e ora si trovavano
nel piatto del suo maestro, andava su tutte
le furie, si rotolava per terra e piangeva di rabbia e
di dolore. Madame Gurin si accigliava. Itard teneva
duro. Col tempo, Victor fin per correggersi,
smise di prendere cibo dal piatto degli altri e di appropriarsi
degli oggetti che gli piacevano, la fibbia
scintillante di una scarpa o la palla di vetro trasparente
che Itard usava come fermacarte, ma il medico
non avrebbe saputo dire se era perch aveva
sviluppato un rudimentale senso di giustizia o semplicemente
perch temeva la ritorsione al pari di un
criminale comune.
Era stato questo a indurre il medico, pi o meno
verso il terzo anno di educazione del ragazzo, alla
lezione pi difficile di tutte. Successe un giorno
in cui si erano esercitati ore e ore con le forme e
Victor era stato particolarmente docile e aspettava
con impazienza i complimenti e le ricompense che
abitualmente Itard gli dava al termine di una lezione
impegnativa. Il sole calava nel cielo. Dietro le finestre,
il clamore dei sordomuti cresceva in attesa
della cena liberatoria. Nell'aria aleggiava un profumo
di stufato. Victor lo guardava speranzoso da parecchi
minuti, aspettando la conclusione degli esercizi
pregustando la ricompensa. Ma invece di una
ricompensa Itard gli dette una punizione. Alz la
voce, disse a Victor che era stato cattivo, molto cattivo,
che era maldestro, uno stupido e che lavorare
con lui era impossibile. And avanti con questa solfa
per un bel pezzo, poi si alz bruscamente, prese
il ragazzo per un braccio e lo port allo stanzino
dove nei primi tempi della sua educazione veniva
rinchiuso, per castigo, quando era stato particolarmente
recalcitrante.
Victor gli dette un'occhiata stupefatta. Non riusciva
proprio a immaginare che cosa avesse fatto di
male n come mai il volto del suo insegnante fosse
cos alterato e rosso e la sua voce cos minacciosa.
In un primo momento, piagnucolando lamentoso,
si lasci condurre fino alla porta dello stanzino, ma
poi, quando Itard stava per cacciarvelo dentro, Victor
si rivolt sdegnato, il viso paonazzo e gli occhi
fiammeggianti, e per un lungo istante i due si fronteggiarono
per il predominio. Victor adesso era pi
grande, pi forte, ma non era comunque in grado
di tener testa a un uomo adulto, e Itard riusc a sospingerlo
nello stanzino, supplicante e piangente.
La porta non si chiudeva. Glielo impediva Victor.
Puntellandosi con i piedi contro il pannello interno,
spingeva con tutte le sue forze e quando sent
che stava perdendo la battaglia improvvisamente,
prima che la porta si richiudesse e la chiave girasse
nella toppa, scatt in avanti e affond i denti nella
mano di Itard. Fu un momento emozionante per il
medico. La mano gli doleva (avrebbe dovuto farsi
curare la ferita) e il ragazzo lo avrebbe detestato per
settimane, ma lui era contento lo stesso: Victor aveva
sviluppato il senso di giustizia. La punizione era
immeritata e lui aveva reagito come avrebbe fatto
qualsiasi altro essere umano. Forse si trattava di una
piccola vittoria (sarebbe riuscito il Selvaggio di
Aveyron, tirato gi dall'albero, a comprendere il
concetto?), ma era pur sempre una dimostrazione
dell'umanit di Victor e Itard ne avrebbe fatto menzione
nel suo rapporto. Un bambino come quello,
un giovane come quello, meritava l'attenzione degli
scienziati, e sostegno e sollecitudine costanti da
parte del governo.
Il rapporto raggiunse le cinquanta pagine. Il ministro
degli Interni lo fece pubblicare a spese del
governo, Sicard vi alleg una lettera in cui elogiava
gli sforzi di Itard e Itard ricevette la porzione di riconoscimenti
e celebrit cui anelava. Ma l'esperimento
era finito, ufficialmente, e i giorni di Victor
nell'istituto erano contati. Sicard si batt per l'allontanamento
del ragazzo, scrivendo al ministro che
nonostante gli eroici sforzi di Itard il ragazzo permaneva
in una condizione di irriducibile idiozia e
che inoltre era diventato una crescente minaccia per
gli altri studenti. Ci volle del tempo, mesi e poi anni
di sfinimento e inerzia, ma alla fine il governo accett
di prorogare a tempo indefinito i centocinquanta
franchi di stipendio annuale a Madame Gurin
per la cura di Victor e di concederle un riconoscimento
aggiuntivo di cinquecento franchi per trasferirsi,
insieme al marito e al ragazzo, in una casetta
nei pressi dell'istituto nell'impasse des Feuillantines.
Se in qualche modo il trasferimento dall'unica
casa che avesse conosciuto, dalla stanza che aveva
occupato per tutto quel tempo e dai campi nei qualiaveva scorrazzato fino a conoscerne a memoria
ogni ramoscello e ogni foglia, ogni solco e ogni pietra,
ebbe qualche effetto su di lui, esteriormente
Victor non lo dette a vedere. Fu di grande aiuto nel
trasloco dei mobili dei Gurin, e sembrava entusiasta
del nuovo ambiente, tanto che si mise a quattro
zampe e annus gli zoccolini delle pareti, esaminando
minuziosamente le stanze una per una, affascinato
nel vedere gli oggetti familiari, il suo letto
e il copriletto, le pentole e le padelle, le due sedie
gemelle che i Gurin amavano avvicinare al fuoco,
sistemati in quella nuova abitazione. Il cortile
non era un granch, ma non c'erano i sordomuti ed
era un luogo dove poteva studiare il cielo o usare
l'accetta e la sega sui ceppi di legno che Madame
Gurin usava per la cucina, dove poteva sdraiarsi
al sole insieme a Sultan, che invecchiando si era fatto
ancora pi grasso e pesante. E tutti i giorni, come
faceva da anni, Madame Gurin lo portava a
passeggio nel parco.
E Itard? Fece lo sforzo, almeno all'inizio, di andarlo
a trovare, e sentendo la sua voce il ragazzo
correva da lui per un abbraccio, e per la ricompensa
(un sacchetto di nocciole o un'arancia) che il medico
non mancava mai di portare con s. Victor ormai
aveva una ventina d'anni, era pi basso della
media, alto come un bambino, ma il viso gli si era
allargato e gli era spuntato un accenno di barba che
gli ricopriva le guance scendendo fino alla cicatrice
sulla gola. Quando usciva per le sue passeggiate
camminava sempre in quel suo modo singolare, ma
in casa e in giardino cominci a ciondolare da un
posto all'altro come un vecchio. Itard considerava
i Gurin vecchi amici, quasi dei commilitoni, come
se insieme avessero combattuto una sorta di guerra,
e quando andava a trovarli Madame insisteva
sempre per preparargli qualcosa da mangiare, ma
ora fra lui e il suo antico allievo c'era una specie di
imbarazzo, tutta l'intimit fisica degli anni passati
insieme concentrata in quell'abbraccio iniziale. Che
senso aveva? Che cosa potevano mai dirsi l'un l'altro?
Victor parlava con gli occhi, con rozzi gesti delle
mani, ma era un lessico che a Itard non interessava
pi. Era un uomo impegnato, richiestissimo,
la sua fama in crescita costante, e col tempo le visite
si fecero sempre meno frequenti finch un giorno
si interruppero del tutto.
Intanto i Gurin, ora in pensione dall'istituto a
tutti gli effetti, invecchiavano come se le settimane
fossero mesi e i mesi anni che si accumulavano sopra
di loro. Monsieur Gurin, dieci anni pi vecchio
della moglie, cadde ammalato. Victor gironzolava
attorno alla porta della stanza del malato,
guardando con quei suoi occhi vacui, senza comprendere,
o questo almeno era ci che sembrava a
Madame Gurin. Pi il marito aveva bisogno di lei,
pi Victor sembrava regredire. Voleva le sue attenzioni.
La tirava per il vestito. Insisteva a qualsiasi
ora del giorno perch lei stesse nella stanza accanto
a preparargli le sue pommes frites, a versargli il
latte, a massaggiargli le gambe o anche solo a guardarlo
e stupirsi di qualche sua scoperta, un ragno
che tesseva la tela all'angolo fra il camino e il soffitto,
un uccello appollaiato sul davanzale che nell'attimo
in cui lei girava la testa era gi volato via.
Poi vol via anche Monsieur Gurin e Victor se ne
stava perplesso vicino alla bara ritraendosi dai volti
estranei che vi si raccoglievano intorno.
Il giorno successivo al funerale, Madame Gurin
non si alz dal letto fino a pomeriggio inoltrato
e Victor pass la giornata a guardar fuori dalla finestra,
oltre la protezione dell'edificio dall'altra parte
della strada, verso il campo che si apriva al di l.
Si versava un bicchiere d'acqua dopo l'altro, il liquido
originario, il liquido che lo riportava all'epoca
della libert e delle privazioni, e guardava l
dove l'erba cresceva alta e i rami degli alberi si piegavano
al vento. Quando la luce si volse verso sera
and alla credenza e apparecchi la tavola come gli
avevano insegnato a fare: tre scodelle, tre boccali,
tre cucchiai e i tovaglioli di stoffa piegati in due. A
capo chino, and nella stanza di Madame Gurin e
si ferm davanti al letto a fissare quel viso grave, la
pelle color cenere, i segni del dolore che le facevano
abbassare il mento e le tiravano gli angoli degli
occhi. Aveva fame. Per tutto il giorno nessuno gli
aveva dato da mangiare. Il fuoco era spento e la casa
fredda. Fece un gesto con la mano destra verso
la bocca e quando Madame Gurin cominci a riscuotersi
la prese per il braccio e la port in cucina,
indicandole i fornelli.
Non appena la donna varc la soglia, Victor cap
che qualcosa non andava. Vide che si ritraeva e sent
tremare il braccio posato sul suo; davanti a loro c'era
la tavola apparecchiata per tre. No, disse lei,
la voce strozzata in fondo alla gola, no, ed era una
parola che lui comprendeva. Vide che incurvava le
spalle e poi cominciava a piangere, un singhiozzare
sommesso e bagnato di dolore e disperazione, e
per un attimo non seppe che cosa fare. Poi per,
circospetto e guardingo come quando, una vita prima,
dava la caccia alle creature nell'erba, and alla
tavola e tir su la scodella, la coppa, il cucchiaio e
il tovagliolo e in silenzio li rimise al loro posto.
Negli anni che seguirono Victor usciva raramente
di casa o dal piccolo riquadro del cortile,
schiacciato fra i muri degli edifici attorno. Madame
Gurin alla fine era troppo debole per portarlo
a passeggiare nel parco e cos lui se ne stava ore
intere alla finestra o sdraiato in cortile a guardare i
giochi delle nuvole nel cielo. Mangiare non gli procurava
piacere, tuttavia mangiava come se avesse
sempre fame, ancora a zonzo per La Bassine con lo
stomaco rattrappito e inoperoso. Il cibo lo ingrossava
attorno alla vita e sul sedere. La faccia gli si appesant
fino a renderlo quasi irriconoscibile.
Nessuno sapeva. Nessuno se ne curava. Un tempo aveva
fatto parlare Parigi, ma ormai l'avevano dimenticato,
e avevano dimenticato anche il suo nome,
Victor. Madame Gurin non lo chiamava pi per
nome, non parlava pi tranne che con le figlie, quelle
poche volte che andavano a trovarla, avviluppate
nelle loro vite e nelle loro passioni. E i cittadini
di Parigi, se qualche volta si ricordavano fugacemente
di lui, cos come ci si ricorda gli avvenimenti
di un'altra generazione o una storia raccontata a
tarda sera attorno al fuoco, ne parlavano come del
Selvaggio.
Una mattina Sultan scomparve come se non fosse
mai esistito e poco dopo arriv un altro gatto a
dormire sulla sedia o in grembo a Madame che sferruzzava
o fissava stancamente le pagine della Bibbia.
Victor se ne accorse a malapena. Il gatto era un
essere di muscoli e organi nascosti. Dava la caccia
alle cavallette sul muro assolato e mangiava da un
piatto in cucina, e con una lunga passata languida
della lingua si esplorava tutto il corpo, anche la fessura
sotto la coda, ma quasi sempre se ne stava l
inerte e trascorreva la vita a dormire. Per lui non significava
niente. Le pareti, il soffitto, la vista degli
alberi lontani e del cielo lass e tutta la forza della
vita che erompeva dalla terra ai suoi piedi: tutto ci
non era niente. Non pi.
Aveva quarant'anni quando mor.
...
.
...
FINE.